Fuori dai boschi, l’arrivo a Pavana

Dico subito che la risposta è NO.

Lo so cosa volete sapere ma, qui a Pavana, NON abbiamo incontrato Guccini.

Siamo passati davanti alla sua casa ma, per ovvie ragioni di privacy, ho evitato di fotografarla.

La foto al cartello del paese invece è un “must”. Ho visto gente farsi il selfie di fronte ad esso.

Io ho preferito immortalare la diga e il bacino artificiale costruiti, dalle Ferrovie nel 1925, per elettrificare la linea Porrettana. Non so se abbia un pregio architettonico ma, nella sua peculiarità rispetto alle solite dighe, questo manufatto di inizio ‘900 mi affascina.

Le altre foto testimoniano la giornata nei boschi campedani e la nuova disciplina olimpica che voglio lanciare: il salto del tronco. #vacanzaunaetrina

Una ferrovia risorgimentale

L’immagine già postata da Molino del Pallone mostra, non a caso, la stazione. E adesso vi beccate la filippica sulla Porrettana 🙂

La ferrovia detta appunto “Porrettana” è la linea transappenninica che collega Bologna e Pistoia. Con i suoi numerosi viadotti e gallerie fu una sorta di “TAV dell’800”.

All’epoca era una linea fondamentale per il collegamento tra il Nord e l’Italia Centrale.

L’idea di questa ferrovia venne proposta, nel 1845, al Granduca di Toscana. Lo stesso Cavour, in uno scritto del 1846, sottolineava l’importanza di questa strada ferrata. La costruzione, in quella fase di mutamenti geo-politici, venne confermata dal Regno di Sardegna quindi, successivamente, portata a termine dal neonato Regno d’Italia.

Cercando queste informazioni ho scoperto, per caso, che all’epoca tra i progetti dell’impero austro-ungarico c’era una linea Reggio Emilia – Borgoforte. Il progetto, che per gli austriaci aveva un’enorme valenza strategico-militare, venne poi abbandonato dal Regno d’Italia.

Le valli attraversate dalla Porrettana sono un fantasma di quelle dell’800. Le ha svuotate l’emigrazione nel ‘900. E la ferrovia oggi resta appesa ad un filo, sotto la spada di Damocle della chiusura.

Ma esiste anche una proposta per farne un patrimonio Unesco. #vacanzaunaetrina

Nei boschi di Campeda

Un esercito di alberi si muove minaccioso. Non siamo nel Macbeth bensì nei boschi di Campeda.

Non ho mai visto una montagna così friabile e degli alberi così “inclini” a cercare l’abbraccio del suolo. Questo è l’appennino di Campeda, piccola frazione del comune di Sambuca Pistoiese.

Sempre guidati dal mitico Sante Ballerini abbiamo scoperto questo piccolo agglomerato di case dalla storia pluri-secolare.

Campeda, ultimo baluardo del Granducato di Toscana, si affaccia sulla valle del Reno. E di fronte a noi, sul versante opposto della vallata, possiamo ammirare Granaglione e Lustrola (in provincia di Bologna).

Io ero già stato qui nel 2014 ma ogni volta è una scoperta. Questo minuscolo agglomerato di case, con la chiesetta del ‘600, è tenuto vivo da un manipolo di volontari costituito dai proprietari delle case del borgo.

La montagna, abbandonata alla sua sorte, piano piano si sta riprendendo la terra occupata, per molti secoli, dagli umani. Ed è un peccato perché l’erosione della montagna cancella un territorio ricco di Storia e, in questo modo, consegna all’oblio la sua Memoria.

Questa è da sempre terra di confine e, come tale, ricca di storie.

È stata il teatro di una guerra che, per un anno durissimo (1944-45), ha diviso l’Italia sulla Linea Gotica. Una terra che ha pagato col sangue la sua resistenza antifascista.

Domani la mia #vacanzaunaetrina prosegue nei boschi in direzione Pavana.

Eccoci qui, nella valle del Reno

In questa prima giornata sull’appennino pistoiese ci siamo regalati, grazie alla guida appassionata e coinvolgente di Sante Ballerini , una visita all’antico borgo di Sambuca. Un luogo da favola.

Eccoci qui, nella valle del Reno: con un piede a Bologna e l’altro a Pistoia.

Ci siamo “arrampicati” alla scoperta della rocca medioevale ove visse, per alcuni anni, Selvaggia dei Vergiolesi: la donna che ispirò il poeta stilnovista Cino da Pistoia.

Abbiamo visitato la pieve dei Ss. Jacopo e Cristoforo restaurata, grazie all’impegno pluridecennale di alcuni volontari che, a questa chiesa di origine romanica, hanno dedicato tutta una vita.

Il piccolissimo borgo, disabitato per buona parte dell’anno, sorge su un diverticolo della via Francigena (che qui prende il nome di via Francesca). All’imbocco del percorso c’è pure un locale attrezzato a bivacco per i viandanti.

Ho firmato molte volte per la campagna “I luoghi del cuore” promossa dal FAI e, ovviamente, non ho mancato di farlo anche qui per il Castello di Sambuca. Ma è solo in un posto così, come questo borgo sperduto sull’appennino, che puoi capire fino in fondo il concetto di “luogo del cuore”.

Domani, meteo permettendo, la #vacanzaunaetrina prosegue nei boschi tra Campeda e Posola.