Una favola elfica

L’esperienza che ho vissuto ieri ha i contorni sfumati di una “favola”. E infatti tornato a casa non riuscivo a crederci. Poi mi sono detto: forse le favole, a volte, sono proprio dietro l’angolo. E bisogna solo avere il coraggio di cercarle.

La nostra escursione è iniziata a San Pellegrino al Cassero (PT). Non mi dilungherò oltre ma devo solo precisare che il personaggio dal quale prende nome il borgo era il figlio del Re di Scozia in cammino sulla Francigena. Ho detto tutto.

Destinazione della nostra escursione: il mondo degli Elfi. Anche in questo caso sarò sintetico: quello degli Elfi è un movimento, di stampo “post sessantottino”, composto da varie comunità, sparse qui sull’Appennino pistoiese. In questi gruppi si vive in autosufficienza, a stretto contatto con la Natura. Le Comunità sono nate dall’occupazione di terre e ruderi abbandonati (ma non sempre privi di un proprietario). Che bello! Ma non è tutto oro quello che luccica. E gli Elfi non sono tutti uguali. Ci sono anche casi di “anarco-paraculati” (una sindrome abbastanza diffusa nella Sinistra, soprattutto qui in Italia). Quelli che vogliono fare gli “anarchici” con gli euro degli altri.

Noi però siamo stati ospiti di Antonio. Una persona seria, squisita e molto gentile che proviene da Santiago de Compostela. 37 anni fa occupò alcuni ruderi e terreni demaniali. Nel corso del tempo sono stati restaurati e adibiti ad abitazione per lui e la famiglia. Un caso virtuoso di recupero del bosco e di antichi edifici che altrimenti sarebbero andati in rovina. Poi, negli ultimi 20 anni, questi beni demaniali sono stati concessi in convenzione dalla Regione Toscana. Cosa non sempre scontata visto che, qui in Italia, troppo spesso le leggi puniscono coloro che si impegnano per l’ambiente e per il proprio territorio.

Antonio ci ha accolti con un “pranzo a sorpresa”, però di matrice vegetariana (come si dice, nessuno è perfetto). Andrea Piazza però, fortunatamente, si era già concesso un “pre-lunch” con panino alla finocchiona (Dico, cavolo vengo in Toscana apposta per la finocchiona! Mi fate mangiare insalata?). E poi, con tutto il rispetto per i vegetariani: ma io sono un Mantovano. Voglio dire, se il buon Dio ha creato il maiale allora dobbiamo celebrarlo in tutte le forme possibili (e commestibili). E’ un gesto quasi “liturgico” per noi virgiliani.

Subito dopo pranzo mi sono trovato in una situazione “surreale”. In casa di Antonio, lui spagnolo e la compagna finlandese. Una ragazza sudafricana ci intrattiene suonando il pianoforte. Intanto una ragazza irlandese prepara il caffè. Il tutto mentre le galline, appollaiate sulla finestra, si godono il concerto.
Ma vuoi vedere che il Mondo intero gira intorno all’Appennino!

Sambuca dal tramonto all’alba

Non so che viso avesse (*) Selvaggia dei Vergiolesi ma, tutte le volte che vengo qui al Castello di Sambuca, penso a lei affacciata a una di quelle finestre. Sabato notte, per fortuna, non si è presentata al davanzale. I motivi sono questi: 1) io non sono Cino da Pistoia 2) lei è un tantino morta da circa 700 anni.

Una finestra. Questo luogo, visto di notte, si presenta come una finestra sul Tempo e sull’Universo. Sopra un cielo stellato che parla dell’Infinito e a terra i ruderi diroccati che raccontano dei secoli andati.

E tu sei lì che pensi a tutte queste menate…. mentre, davanti al cancello del cimitero (lì a pochi metri), passa una silhouette nera. A quel punto ti chiedi: ma perché diavolo ho letto tutti quei romanzi di Stephen King?
E’ evidente che si tratta di un quadrupede: un piccolo cinghiale oppure un gatto nero taglia XXL. Io comunque decido di andarmene. Anche perché devo tornare domenica mattina, alle 5.00, per vedere l’alba che bacia il borgo di Sambuca.


(*) qualcuno avrà colto la citazione e, come avrà intuito, sto leggendo la quasi autobiografia di Francesco Guccini: dunque, da queste parti, un richiamo era più che doveroso.

Un paese ipogeo

La scorsa estate ho passato molto tempo sull’appennino pistoiese. Ho raccontato quasi tutto. Ma qualcosa mi era sfuggito. Forse perché è stato un periodo terribile che cerco di “rimuovere” o forse chissà per quale altro motivo. Recentemente ho ritrovato gli appunti del 30 giugno… ed è un posto che vale la pena conoscere.   

Raccontare la mezza giornata a Campo Tizzoro non è facile, è da tempo che cerco di trovare il modo giusto per farlo. E’ un posto strano, affascinante (di un fascino tutto particolare) e anche un pochino inquietante. A prima vista può sembrare una fabbrica a forma di paese oppure, viceversa, un paese a immagine e somiglianza della fabbrica. In realtà è un museo di “antropologia industriale” a cielo aperto.

Arrivando non possono sfuggire queste grandi ogive di cemento, ce ne sono 8 (mi pare) in tutto. E subito pensi che siano un monumento alla stupidità guerrafondaia del ‘900. Poi ti spiegano che sono pozzi di accesso al labirinto sotterraneo delle gallerie anti-aeree. Un vero e proprio “paese ipogeo” che si dirama parecchi metri sotto al paese reale.   

La storia di Campo Tizzoro si sviluppa in simbiosi con quella della SMI (Società Metallurgica Italiana). Ed è la storia di un’epoca lontana, quando la fabbrica era ancora radicata in un tessuto sociale, quando l’Economia dipendeva dalla Comunità e non viceversa. Forse sto anche esagerando però mai come il documentario, oserei dire esilarante,  dell’Istituto Luce che inizia la visita all’ex stabilimento. Serve una sana (e coraggiosa) curiosità antropologica per affrontare il video. E allora, forte della tua curiosità, puoi scoprire tutte le “opere assistenziali” della SMI: le scuole, gli alloggi per operai e dirigenti, gli spazi ricreativi… addirittura i luoghi di culto. Scopri che “ampi e moderni fabbricati forniscono ai lavoratori le sane gioie di un comodo focolare”. E risalendo nella gerarchia aziendale sono riservate delle “villette civettuole per i dirigenti”.

Mentre i papà sono al lavoro “piccoli alunni lindi disciplinati e volenterosi vanno allo studio come a una festa”. E qui, a scuola, “le bimbette, che evidentemente ricevono un ottimo esempio in casa, promettono di diventare brave massaie” (lo giuro, dice veramente così). Ognuno ha il suo posto nel quartiere residenziale della SMI e agli scapoli sono riservati i posti in albergo dove possono rifocillarsi al ristorante. Ma la voce narrante ci tiene a precisare che “nulla può eguagliare la poesia del desco familiare dove siede la prolifica famiglia operaia”. E alla fine la voce fuori campo aggiunge un laconico commento: “Poveri scapoli!”.

Ad un certo punto, mentre guardi il documentario, ti aspetti che salti fuori Corrado Guzzanti che, alla guida di un manipolo di arditi, si lancia alla conquista di Marte per “spezzare le reni” ai rossi marziani bolscevichi. In fondo c’è qualcosa di ridicolosamente educativo in questi documentari LUCE. E’ impossibile trattenere la risata, ma è altrettanto utile a capire cosa siamo stati e come, nel corso di pochi decenni, può cambiare la cultura di un popolo.

Della fabbrica di munizioni della SMI non ho molto da mostrare. Le foto sono vietate per motivi di “riservatezza” visto che è pieno di munizioni di ogni taglia. Si va dai bossoli calibro 305 per cannoni Skoda delle navi austro-ungariche fino ai pallettoni da caccia. Un piccolo angolo su un tavolino defilato è dedicato al caso JFK: già perché i bossoli trovati a Dallas avevano il marchio “SMI Campo Tizzoro” e, per questo motivo, la fabbrica fu sottoposta all’inchiesta del governo americano.

Ma la cosa più interessante, sebbene un po’ angosciante, sono le gallerie sotterranee. Alcuni chilometri di tunnel, tra i 20 e 30 metri di profondità, costruiti, a partire dal 1937, per difendere tutti gli abitanti dai possibili attacchi aerei. In una calda giornata d’estate si apprezza il refrigerio di questi ambienti: non più di 10 gradi. Però camminando per questi lunghissimi corridoi non si può evitare di percepire l’angoscia della quale sembrano trasudare queste pareti. E ti puoi solo vagamente immaginare la sensazione che, durante un’evacuazione, si doveva provare qui dentro. Tutti stipati come animali ma rassicurati dal fatto che “la disciplina è la miglior garanzia di salvezza”. E la disciplina la ritrovi nelle ferree indicazioni come quella che ci ricorda che “è assolutamente vietato sputare”. Cose di altri tempi, ma non così lontani.  

I colori dell’autunno alla Sambuca

Sabato scorso sono tornato per un’escursione tra Campeda e il castello della Sambuca. Cercavo i colori dell’autunno e ho scattato qualche foto che, sperando di fare cosa gradita, oggi condivido su questo gruppo. Non rappresentano i “luoghi significativi” della Sambuca ma vorrebbero provare a comunicare i colori che, ad autunno inoltrato, si possono trovare su questa bellissima montagna.

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Il respiro della montagna

Da dove cominciare? Ho un sacco di arretrati, di foto non pubblicate per via della scarsa connettività in Garfagnana. Ma voglio partire dalla fine, dal viaggio di ritorno e dalle sue incredibili sorprese.

Si perché arrivati ad un certo punto non sei più tu che cerchi la montagna ma è lei che, nei modi più imprevedibili, riesce sempre a trovarvi. Ieri mattina ho passato 3 ore nella Grotta del Vento sotto al Monte Pania. Uscito da lì non avevo proprio voglia di lasciare l’Appennino. Allora ho iniziato a vagabondare sulla strada del ritorno. Ho attraversato 3 province: Lucca, Pistoia e Bologna. Per poi finire, attirato da un vago presagio, nella valle dell’Alto Reno, che ormai è quasi una seconda casa. Questa piccola “odissea appenninica” mi ha portato casualmente a trovarmi, a Porretta Terme, sulle strisce pedonali proprio mentre Sante Ballerini è fermo allo stesso semaforo. Una coincidenza? Oppure è il “respiro della montagna” che mi ha attirato proprio lì in quel preciso momento?

Mi lascio “rapire” da lui e ci spostiamo nel piccolo borgo di Frassignoni dove, poco dopo, viene presentato un libro: “A veglia con Argante ovvero il respiro della Montagna”. E’ un volumetto che raccoglie le memorie di un anziano signore di Frassignoni (Ilario Biondi detto “Argante”) il quale, nel suo racconto, ci propone quell’anima contadina, fatta di sobrietà e sacrificio, che rappresenta lo spirito dell’Appennino. (Le ultime parole non sono mie ma tratte dal sociologo De Rita che, in un articolo sul Corriere, descrive l’Appennino come “la struttura portante senza la quale il sistema [Italia] si scioglie verso il mare”. Bellissimo articolo di cui propongo il link qui in fondo)

Le memorie di Argante, raccontate da Daniela Banchini, non sono solamente la storia di un piccolo borgo, di nome Frassignoni, del quale forse, nel resto di questa Italia, non interesserà mai nulla a nessuno. Il suo è piuttosto il racconto di una civiltà contadina fatta di solidarietà, sacrificio e dignitosa povertà. Quante Frassignoni e quanti Argante ci saranno in giro per l’Appennino e per l’Italia?

Un mondo smarrito che però, ancora oggi, ha molto da insegnarci anche, e forse soprattutto, nel nostro rapporto con l’ambiente. Per questo propongo le ultime righe di questo bellissimo volume:
“A Frassignoni il mondo non è più quello di quando ero bambino, quello che vi ho raccontato in queste pagine; ma il fascino della montagna resta. La montagna ha un suo respiro, che si sente nel bosco e nei borghi quando ci si allontana dai paesi del fondovalle e dal traffico. E’ un respiro profondo, che non tutti riescono a sentire, ma che, se inizi a percepirlo, ti attrae: ti fa capire che non sei solo, che c’è una vita più vasta, in cui uomini, alberi, animali, acqua, vento, sole, terra, pur stando ognuno al suo posto, partecipano tutti ad un unico, grande, grandissimo respiro; un respiro che forse di avverte alche in altri luoghi della terra, ma che io sento sulla mia montagna.”

Questo Argante potrebbe essere il nonno di Greta Thunberg, non vi pare?

Ed ecco l’articolo di Giuseppe De Rita

P.S. le immagini sono mie foto di repertorio scattate tra Campeda e la strada verso Sambuca, così giusto per essere precisi.

La magia dei boschi della Sambuca

“Io fu’ ‘n su l’alto e ‘n sul beato monte,
ch’i’ adorai baciando ‘l santo sasso…”

Oggi, per usare le parole di Cino da Pistoia, ero ancora sul “beato monte” dove visse e morì colei che, sempre nelle parole del poeta stilnovista, aveva i “più begli occhi che lucesser mai”, ovvero Selvaggia dei Vergiolesi.
E qui finalmente ho capito chi è Andrea Piazza: è la reincarnazione di un poeta dello Stil Novo che è costretto a vivere in questa epoca scevra di sentimenti e di passioni… e niente, mi sa che ho sbagliato millennio 🙂

La V ed. di “Genti e Borghi della Sambuca” è stata ampiamente penalizzata dal meteo ma un manipolo di coraggiosi, tra i quali il sottoscritto, ha sfidato le “avverse nubi” per attraversare la via Francesca da Pavana fino al Castello di Sambuca. E’ veramente emozionante camminare su quelle strade, ancora ampiamente lastricate come in origine, sulle quali posarono camminarono i pellegrini di mille anni fa.

Chiariamo subito una cosa: non ho incontrato, come era invece capitato sabato scorso, Francesco Guccini. Però nei boschi di Pavana abbiamo incrociato un branco di cinghiali. Probabilmente, a giudicare dalla dimensione, una nidiata al seguito della mamma. Si fanno sempre incontri “eccitanti” nei boschi della Sambuca.
Chi mi conosce sa quanto sia forte la mia passione per questi monti. Però ieri è stato diverso, imprevedibile. E’ come se queste montagne avessero sempre qualche sorpresa in serbo. Il timore per il maltempo e la paura per i temporali si sono trasformati, molto presto, in sorpresa e stupore.

Sono sempre gli stessi boschi, già attraversati diverse volte, ma oggi, nella leggera foschia di un temporale accennato, quei boschi hanno assunto l’aura incantata di un ambiente fiabesco. I boschi della Sambuca riescono ogni volta a rinnovare la loro magia.
E per finire mi sono lasciato sedurre anche a tavola provando, per la prima volta, i Necci alla ricotta… un Amore al primo assaggio. E riprodurli qui in pianura sarà la prossima sfida per il qui presente #PasticciereTrotzkista

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Galeotto fu l’8 settembre!

Sarò forse un inguaribile romantico ma non resisto al fascino di certe storie.
Il caro Sante mi ha fatto “cuccare”, per la seconda volta, la mostra fotografica su Campeda: quindi adesso sono io a meritarmi l’appellativo di Santo 🙂

Ma la storia dei suoi genitori, narrata in uno dei cartelli, ha sempre un fascino da film hollywoodiano.
Siamo nel ’43, dopo l’armistizio è il caos totale. Scattano i rastrellamenti dei giovani che vengono arruolati, al centro nord, nell’esercito della Repubblica di Salò.
Domenico Ballerini, che ha già regalato ai Savoia 10 anni da soldato, ora ne ha le palle piene. Così scappa, come tanti altri giovani, sulle montagne. La destinazione, per lui che vive a Molino del Pallone, è il piccolo borgo di Campeda.
C’era già stato una sola volta in vita sua. Ma ora, al suo ritorno come “imboscato”, vi incontra Maria Vivarelli. E i due vivranno per sempre felici e contenti… dando alla luce il nostro Sante.
Galeotto fu l’8 settembre! Non è forse materiale per un colossal romantico in stile Hollywoodiano? #vacanzaunaetrina

I Cobra con la pipa

Nel 2014, proprio qui in Campeda, feci la scoperta di una storia a me ignota (perché, lo ammetto, ero ignorante).

E’ la vicenda della FEB (Força Expedicionária Brasileira) che partecipò, con 25mila uomini, alla liberazione dell’Italia proprio qui, sulla Linea Gotica.

Mi colpì la vicenda di questi soldati brasiliani mandati, dall’altra parte del mondo, a liberare un popolo con il quale non avevano nulla in comune.

E ciò che mi fa impazzire, ancora oggi, è l’autoironia nel nomignolo adottato da questi soldati: i “Cobra Fumanti” (il loro stemma infatti è un Cobra con la pipa).
Il nome e lo stemma derivano, per un ironico contrappasso, dalla dichiarazione, rilasciata allo scoppio del conflitto, dal Presidente del Brasile: “è più facile che un serpente fumi che il Brasile entri in guerra”.
La FEB ci insegna due cose:
1) si può affrontare anche la guerra senza perdere l’autoironia;
2) I politici sono sempre pessimi come profeti, qui come in Brasile.

Fuori dai boschi, l’arrivo a Pavana

Dico subito che la risposta è NO.

Lo so cosa volete sapere ma, qui a Pavana, NON abbiamo incontrato Guccini.

Siamo passati davanti alla sua casa ma, per ovvie ragioni di privacy, ho evitato di fotografarla.

La foto al cartello del paese invece è un “must”. Ho visto gente farsi il selfie di fronte ad esso.

Io ho preferito immortalare la diga e il bacino artificiale costruiti, dalle Ferrovie nel 1925, per elettrificare la linea Porrettana. Non so se abbia un pregio architettonico ma, nella sua peculiarità rispetto alle solite dighe, questo manufatto di inizio ‘900 mi affascina.

Le altre foto testimoniano la giornata nei boschi campedani e la nuova disciplina olimpica che voglio lanciare: il salto del tronco. #vacanzaunaetrina

Una ferrovia risorgimentale

L’immagine già postata da Molino del Pallone mostra, non a caso, la stazione. E adesso vi beccate la filippica sulla Porrettana 🙂

La ferrovia detta appunto “Porrettana” è la linea transappenninica che collega Bologna e Pistoia. Con i suoi numerosi viadotti e gallerie fu una sorta di “TAV dell’800”.

All’epoca era una linea fondamentale per il collegamento tra il Nord e l’Italia Centrale.

L’idea di questa ferrovia venne proposta, nel 1845, al Granduca di Toscana. Lo stesso Cavour, in uno scritto del 1846, sottolineava l’importanza di questa strada ferrata. La costruzione, in quella fase di mutamenti geo-politici, venne confermata dal Regno di Sardegna quindi, successivamente, portata a termine dal neonato Regno d’Italia.

Cercando queste informazioni ho scoperto, per caso, che all’epoca tra i progetti dell’impero austro-ungarico c’era una linea Reggio Emilia – Borgoforte. Il progetto, che per gli austriaci aveva un’enorme valenza strategico-militare, venne poi abbandonato dal Regno d’Italia.

Le valli attraversate dalla Porrettana sono un fantasma di quelle dell’800. Le ha svuotate l’emigrazione nel ‘900. E la ferrovia oggi resta appesa ad un filo, sotto la spada di Damocle della chiusura.

Ma esiste anche una proposta per farne un patrimonio Unesco. #vacanzaunaetrina