Lungo i valichi dell’Appennino (tappa 1: Sasso Marconi)

“…E quei sandali duravan tre mesi
Poi distrutti in rincorse e cammino
Quando è stata quell′ultima volta
Che han calzato il tuo piede bambino
Lungo i valichi dell’Appennino…”
(*) tratto dalla canzone “L’ultima volta” di Francesco Guccini

Ogni volta è la stessa cosa. Solitamente accade quando lascio l’autostrada a Sasso Marconi per infilarmi sulla Porrettana. E’ a quel punto che mi coglie una sensazione particolare. Quel cielo, le nuvole, le montagne… E’ lo stesso panorama che si vedrebbe anche dall’autostrada. Ma qui, un passo fuori dal mondo, tutto appare diverso: come in una dimensione alternativa. E’ una sensazione difficile da descrivere. Avevo anche pensato di fotografare quel cielo. Ma non sarebbe la stessa cosa: bisogna venire qui per provare questo piacevole senso di “sfasamento”.

Oggi a Sasso Marconi però ci sono arrivato a piedi. E proprio da questi ho preso spunto. Ho pensato a quel “piede bambino” che, nel testo della canzone di Guccini, calcava “i valichi dell’Appennino”. E qui a Sasso Marconi, restando in tema di “piedi”, ho scoperto una realtà molto interessante: il CSI Sasso Marconi.
Questo gruppo sportivo, attivo da 60 anni, è una polisportiva nel vero senso della parola. Propone così tante discipline sportive che non provo nemmeno a citarle. Sicuramente qualcuna me la scorderei.
La cosa che mi ha colpito più di tutte è l’escursionismo che la polisportiva propone a bimbi e ragazzi. Loro la chiamano “Outdoor Education”. Si traduce in escursioni, settimane itineranti, percorsi, anche impegnativi, sulle vie dell’Appennino (e non solo quelle).

E’ un modo di vivere lo Sport al quale, molto probabilmente, non siamo più abituati. Non solo agonismo e competizione ma anche, e soprattutto, attività sportiva come momento di socializzazione, come un’occasione per essere Comunità.

Di tutte queste cose ho parlato con Valerio Brecci volontario della polisportiva e sportivo che, ormai da tanti anni, guida i ragazzi nelle escursioni e collabora alle attività del CSI Sasso Marconi.

Il PODCAST dell’intervista è disponibile qui su Radio Frequenza Appennino



Come un istante deja-vu, ombra della gioventù (tappa 1: Bologna)

Eccomi qua, finalmente. Oggi inizia il mio #CamminoEpafànico sulla Via Francesca della Sambuca. 100 km a piedi da Bologna a Pistoia. Un pellegrinaggio Giacobeo… ma anche qualcosa in più. Sto forse cercando “l’isola non trovata” ? Noooo, certo che no! Quello che voglio fare è semplicemente attraversare questi territorio con gli “occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti”.

Ma c’è un problema! Questa strada, via Zamboni. La via dell’Università. Questo angolo della città sta di fronte a me, “come un istante deja-vu, ombra della gioventù”. E non è mica facile affrontare la nostalgia. Ma non è tutto racchiuso dentro a via Zamboni.
E allora il ricordo vola indietro, fino a Santa Lucia, “al portico dei Servi per Natale” quando pure io “credevo che Bologna fosse mia”, Devo ammetterlo: io non “portavo allora un eskimo innocente”. Però è vero: il mio outfit era “dettato solo dalla povertà”. Ma questo, a distanza di molti anni, è quello che pensa ancora mia figlia quando mi dice che io mi vesto come uno fuggito da Auschwitz (e qui la canzone non c’entra).

Arrivando a Bologna pensavo che avrei trovato una spunto nella canzone che porta il nome della città: Ahhh! “Bologna per me provinciale, Parigi minore”. Invece ci sono un sacco di canzoni che, in un modo o nell’altro, sono legate a questa città e, di conseguenza, alla mia gioventù.

Questa mattina è stato difficile lasciarsela alle spalle: Bologna intendo, perché la gioventù invece è già bella che andata 😅)

(tutti i virgolettati sono tratti da canzoni di Guccini, al lettore lascio il divertimento di scoprire quali)


Oggi il tempo si è fermato

Su questo blog parlo dei miei viaggi. Ma oggi voglio parlare del viaggio di Paola.
Quello che segue è un piccolo “esperimento narrativo”. Avrei voluto pubblicarlo a puntate, ma poi si sarebbe perso il filo. L’assunto è questo: siamo diventati insensibili all’Altro, non siamo capaci di percepire che l’Altro può provare le nostre stesse sensazioni. Anche quando capitano le sciagure più tremende (i morti per Covid, i migranti annegati nel Mediterraneo, le persone sotto alle macerie di un terremoto…) l’Altro non è una persona che soffre bensì il numero in una statistica veicolata dai Mass Media.

Questa però è la storia di Paola e di sua figlia Rosalia. E’ una storia di tanti anni fa. Nemmeno io conosco tutti i dettagli ma ho provato ad immaginare quello che non sapevo. Ho cercato di descrivere più che altro le sensazioni.  Volevo immedesimarmi e sentire che Paola è una persona come me (e che Rosalia potrebbe essere mia figlia). Volevo dimostrare che le loro gioie e le loro sofferenze sono quelle che ognuno di noi può provare quotidianamente. Andiamo col racconto…

Giovedì 5 giugno
Oggi finisce l’anno scolastico. Rosalia è eccitatissima, questo è il giorno più bello dell’anno. Vi è mai capitato di aspettare un figlio all’uscita dell’ultimo giorno di scuola? Suona la campanella e, da dentro l’edificio, esplode un urlo di gioia. Finalmente vacanze! Ora Rosalia partirà per raggiungere il papà al mare. Resterà con lui qualche settimana. E già prova un pizzico di nostalgia per quelle settimane che passerà lontano dalla mamma.

Lunedì 23 giugno
Inizia l’ultima settimana di lavoro per Paola. Ha 39 anni ed è impiegata alla Bauli di Verona. Forse avrà dovuto contrattare per ottenere qualche giorno di ferie. Tutti sappiamo la fatica per incastrare le ferie con quelle dei colleghi. E quando riesci ad avere i giorni che volevi la soddisfazione è immensa: ti pare di aver vinto la terza guerra mondiale e di dominare il mondo.

Martedì 24 giugno
Paola e suo marito, separati da qualche tempo, sono in ottimi rapporti. Rosalia, la figlia di 8 anni, adesso è al mare dal papà. La mamma deve raggiungerli per passare con loro qualche giorno. Poi Paola e la bimba torneranno a casa, a Verona. Però oggi Paola è veramente triste e demoralizzata: non ha trovato posto sull’aereo. Che fare? Disperazione.
Chi è genitore conosce la nostalgia per la distanza da un figlio piccolo. Tutti siamo stati bimbi e conosciamo benissimo la tristezza per una separazione, anche di poche settimane, dalla propria mamma.

Mercoledì 25 giugno
(Non so se sia successo proprio mercoledì ma io voglio immaginarlo così)
Che botta di culo! Paola, in extremis, ha trovato un posto sull’aereo perché un signore, a causa di un contrattempo, ha rinunciato al volo. Quella sera telefona a Rosalia per dirle che venerdì sera potrà raggiungerla. Anche Rosalia è eccitatissima, sta per rivedere la mamma.

Venerdì 27 giugno
Ultimo giorno di lavoro! Vogliamo parlare del peso dell’ultimo giorno prima delle ferie? Le vacanze sono lì davanti a te, eppure quella giornata sembra non finire mai. Paola ha una sola cosa in testa: il viso della sua piccola Rosalia. Ancora poche ore e la potrà rivedere. (Non so come sia andata realmente. Forse Paola è già in ferie, o forse ha lavorato solo mezza giornata. Infatti deve partire molto presto da Verona visto che il suo volo decolla da Bologna alle 18.00)

Venerdì 27 giugno
Incazzatura!!!!! Che rabbia quella che provi quando, all’arrivo in aeroporto, leggi che il tuo volo è in ritardo. Ed è quello che capita a Paola. Arriva alle “Partenze/Departures” e scopre che il volo IH870 ha 113 minuti di ritardo. Che incazzatura!!!! Poi pensa alla sua piccola Rosalia e questo la consola.

Venerdì 27 giugno
Oggi il tempo sembra essersi fermato. Due ore di ritardo: cosa fare? All’incazzatura segue la noia. Due ore non sono mica uno scherzo da far passare: nel 1980 non ci sono internet, facebook o whatsapp per ingannare il tempo. Paola nell’attesa legge un giornale, una rivista o forse un libro portato da casa. 

Venerdì 27 giugno, ore 20:08 (Bologna)
Finalmente il decollo! Paola è stanchissima, si siede al suo posto e probabilmente chiude gli occhi per riposare durante quel breve viaggio. Siamo alla fine di giugno e il sole tramonta verso le 21. Quindi c’è ancora molto chiaro. Tuttavia un “buio” impenetrabile cala sul volo di Paola. E una tenebra senza fine avvolge non solo quel DC9 ma l’Italia intera. 27 giugno 1980: oggi, per 81 persone tra le quali Paola, il tempo si è fermato davvero.  

Venerdì 27 giugno, ore 21:00 (Palermo)
C’è ancora chiaro ma i bimbi devono andare a nanna presto, anche se sono in vacanza: vero Rosalia? Non posso sapere se sia andata così, però mi piace immaginare che, a distanza di parecchi km, Rosalia abbia chiuso gli occhi e si sia assopita nello stesso istante della mamma Paola.

Sabato 28 giugno
Rosalia si è svegliata ed è eccitatissima, finalmente rivedrà la sua mamma. Io immagino quel risveglio come la mattina di Santa Lucia. Apri gli occhi, ti fiondi giù dal letto perché sai che di là, in soggiorno, c’è la sorpresa che ti aspetta. Che frenesia!
Invece il papà deve trovare le parole per spiegare a Rosalia che ieri sera la mamma non è arrivata. Non arriverà nemmeno oggi e, quasi sicuramente, non arriverà mai più. I bambini vogliono solo la Verità, ma come si fa a spiegare ad una bimba di 8 anni che la sua mamma adesso è a 3.000 metri di profondità in fondo al Tirreno.

OGGI, 27 giugno 2021
Rosalia è cresciuta, è diventata una donna e oggi ha quasi 10 anni in più di sua madre. Anche lei, come Paola, ha una piccola figlia. Sono passati 41 anni ma a quella bimba, che un sabato mattina si svegliò carica di gioia per l’incontro con la mamma, nessuno ha mai raccontato, fino in fondo, la Verità.

Pochi anni fa il tribunale di Palermo condannò i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire i parenti di alcune vittime. Fino allo scorso anno Rosalia aveva ricevuto solo un quarto della somma spettante perché, questa è la giustificazione, “il Governo non ha i soldi per coprire l’intero importo”. Un risarcimento non può ridarti una mamma però questo piccolo dettaglio dimostra che, nel nostro assurdo Bel Paese, oltre alla Verità e alla Giustizia abbiamo smarrito anche la Dignità.

[Questa storia è liberamente ispirata da un articolo del “Corriere della Sera – Edizione del Veneto” del 2020. La foto del mare di Sicilia è stata gentilmente concessa da Veronica Fanciullo]

Il Sinai bolognese

Ho passato la domenica mattina sul “Sinai” della montagna bolognese. State tranquilli: non ho portato giù una nuova release dei 10 comandamenti. Anche perché io, nelle vesti di Mosè, sarei un po’ troppo “anarchico” (del tipo: Art. 1 : sono abrogati i 10 comandamenti; Art. 2 : fate un po’ quello che potete). Non funzionerebbe mica!🤔
Allora vi spiego come è andata. Storicamente, intendo.


Ieri sono andato al Santuario di Montòvolo che è dedicato alla Beata Vergine della Consolazione. Sembra risalire, sulla base della data riportata nella lunetta, all’anno 1.211. Però sorge sui resti di un probabile tempio pagano già presente nei primi secoli D.C.
Quello che mi ha colpito maggiormente, anche grazie alla presentazione fatta dai bravissimi volontari che gestiscono il sito, è stato l’oratorio di Santa Caterina d’Alessandria. Ed è qui che inizia la Storia. Io la racconto a modo mio, ma deve essere andata più o meno così…
Siamo nel 1217. Papa Onorio III fa un giro di telefonate per organizzare la V Crociata. Io immagino che tutti i sovrani europei, all’inizio, siano rimasti un po’ freddini (ancora memori della infame IV Crociata). Alla fine si mettono d’accordo e si parte: l’obiettivo è conquistare la città portuale di Damietta, sulla foce del Nilo.
L’azione militare è un successo e i crociati conquistano la città. Poi però iniziano a litigare tra francesi e italiani (e qui si capisce da dove nascono i mali dell’Unione Europea). Mentre i cristiani si scannano tra di loro gli arabi si riprendono la città. Così i “nostri” devono tornare a casa con le pive nel sacco. Ma, al rientro, portano con sé un’idea geniale, una start-up di successo: rifare il Sinai a Bologna! 😳
L’idea non è malvagia. Sul Sinai (quello vero) c’è il Monastero di Santa Caterina d’Alessandria. E il pellegrinaggio fin là garantisce l’indulgenza dai peccati. I templari pensano: basta costruire un edificio dedicato a Santa Caterina e il gioco è fatto. Poi, per l’assoluzione dai peccati, non sarà mica necessario attraversare il Mediterrano per scannare musulmani. A quel punto basterà uscire a Sasso Marconi, seguire la Porrettana e arrivare a Montòvolo. E’ geniale! Una sorta di Low Cost dell’indulgenza plenaria. (se ci fosse già stato Lutero non l’avrebbe presa bene😅)


Ed è così che è nato il “Monte Sinai bolognese”.
Io ci ho passato solo una mattina, però mi sento già “indultato” dai miei peccati.
Comunque, per le cazzate che sto scrivendo, dovrò fare un altro giro (oppure, in alternativa, dovrò organizzare una nuova crociata)

Modena e Nuvole

“Modena e Nuvole: come il Messico ma con le ciliegie🍒 in più”
E’ domenica, sto tornando dalla montagna e seguo il corso del Panaro. C’è questo cielo spumeggiante. E’ una tentazione irresistibile: ogni 100 metri mi tocca fermare l’auto per scattare una foto.
Problema🤔: 100 metri è anche la distanza tra un venditore ambulante di ciliegie e l’altro. Mi trovo nell’Eden del palato! Anche questa è una tentazione alla quale non si può resistere. Quindi inizio a fare il pieno di duroni.
Voglio dire: Adamo ed Eva mangiavano solo mele🍏 e lo chiamavano “Paradiso Terrestre”🤢 (oggi sappiamo invece che, molto probabilmente, la Genesi era ambientata nella Val di Non😳). Ma se i nostri due “progenitori biblici” fossero passati di qua, tra Fanano e Spilamberto, come l’avrebbero chiamato? L’Olimpo?
Comunque, “Eden” oppure no, prima di arrivare a Vignola ho già svuotato il portafogli e riempito il baule di duroni. Per espiare questo peccato di gola dovrò passare le prossime 2 settimane in bagno.
E’ il giusto contrappasso per Andrea Piazza: dal Paradiso del palato al “Purgatorio” del peccato😅

Trekking del Doccione: il ritorno sull’Appennino

“Meriggiare pallido e assorto sotto a un inquietante muro storto”. Eugenio perdonami la storpiatura ma questa mi è uscita così.
Domenica 30 maggio. Devo provare il nuovo filtro della Nikon (acquistato in Lockdown e mai usato). Colgo l’occasione mi faccio il giro alle cascate del Doccione.

Poco dopo la partenza, uscendo da Fellicarolo, trovo questo rudere. Niente tetto, 2 pareti che stanno su per opera dello Spirito Santo e una strepitosa finestrella che si affaccia sulla valle. Come posso resistere?
Guardo ancora una volta questo “edificio dimezzato”. Pietre accatastate a secco. La parete di fronte è vistosamente piegata. Lo capisci subito che può venire giù in un attimo. Ma io devo entrare, devo andare a scattare la “foto dalla finestra”. Nonostante la minaccia di quei quintali di pietre che incombono sulla mia testa (e sulla Nikon, che forse vale più della testa🤔).
Cos’è che spinge noi fotografi a cercare un soggetto da immortalare dentro a una cornice? A chiudere il ritratto dentro un riquadro? Io adesso l’ho capito. Come avrebbe detto il prof. che mi interrogò alla maturità: è il desiderio di tornare all’utero materno😳. Un luogo chiuso, protetto, sicuro: questo rappresenta la foto “in una cornice”.

FLASHBACK
Ai miei tempi bisognava scegliere due materie da portare alla maturità. La mia scelta cadde su Telecomunicazioni e Italiano (perché il nostro mitico prof. Marozzi ci aveva fatto innamorare della Letteratura, dell’Arte e della Storia).
Il commissario esterno inizia a chiedermi del Montale. Il meriggiare pallido e assorto… il rovente muro d’orto… i cocci aguzzi di bottiglia… il mare… e, dice lui, il desiderio di ritorno all’utero materno. Io lo guardo come farei con un marziano… pietà, noi siamo un istituto tecnico, mica il reparto di psichiatria per premi Nobel. 😅
FINE DEL FLASHBACK

Alla fine esco sano e salvo da quel rudere e l’escursione si conclude tranquillamente.
Tappa ai Taburri e poi discesa verso le cascate del Doccione.
Faccio in tempo anche a sbagliare strada😟 ed iniziare la salita alla vetta del Libro Aperto. Fortunatamente mi fermo in tempo. Oggi questa non era tra le mie tappe, però, in futuro, un giretto in cima si potrebbe fare.
Escursione non troppo impegnativa ma molto interessante per scoprire alcune bellezze dell’Appennino Modenese.
[TO BE CONTINUED…]

Sulla riva d’un mare di nuvole

L’antefatto risale a circa un anno fa. Ottobre 2019: dopo una breve escursione sulle montagne della Sambuca, sto bevendo un caffè a Molino del Pallone. Si avvicinano due signori bolognesi. Io confesso che sono lì per fotografare i colori dell’autunno. Loro mi suggeriscono che, se voglio davvero vedere quei colori, allora devo andare nella Valle dell’Orsigna. Non l’avessero mai detto: che quando io mi metto in testa una cosa…

Ottobre 2020: ritorna l’autunno e con esso la voglia di salire sull’Appennino. Che poi Orsigna, la montagna di Tiziano Terzani, non è un luogo qualsiasi ma assomiglia a un frammento di Himalaya sull’appennino toscano. E allora via…Però la vita non segue mai la strada che avevi progettato. E così, sul sentiero verso il Rifugio Portafranca, mi faccio rapire da quei due “malandrini” di Maurizio Pini e Francesca Risaliti. Io volevo andare in montagna e loro invece mi portano in riva al “mare”: un oceano fatto di nuvole sulla vetta del Monte Gennaio. Aveva proprio ragione Paolo Rumiz: “Arrendersi allo stupore è la chiave di tutto… il viaggio non è fatto per quelli che hanno smesso di meravigliarsi della vita”

Un pezzo d’Irlanda sotto il cielo dell’Appennino

Quando sabato sono arrivato a Bobbio la “playlist irlandese”, sull’autoradio, stava passando “Rare old mountain dew”. Sarà contento San Colombano!

Già perché questo, nella Val Trebbia, è come un piccolo pezzo d’Irlanda sotto al cielo dell’Appennino. Venti anni impiegò San Colombano, nel VII secolo, per arrivare qui dall’Irlanda: evidentemente non viaggiava con RyanAir.

Il borgo di Bobbio è uno dei più belli d’Italia: è stato il Borgo dei Borghi 2019 (selezionato, per quell’anno, come il più bello tra tutti). Ma io ho scelto, come postazione privilegiata, il greto del Trebbia. Una scelta molto gettonata perché, appena dopo il tramonto, ci siamo trovati in almeno 4 fotografi su un fazzoletto di sassi nel letto del fiume.‍

D’altra parte da lì si può fotografare il Ponte Gobbo, anche detto Ponte Vecchio, anche detto Ponte del Diavolo. Già perché anche questo è uno dei tanti “Ponti del Diavolo”, come quelli che trovi in quasi tutte le città italiane.Che poi la storia è sempre quella: il Santo di turno chiede al Diavolo di costruire un ponte. In cambio gli offre l’anima della prima creatura che attraverserà il ponte. Satana termina il suo lavoro così il Santo, che in questo caso è il buon “Colombano da Bangor”, fa attraversare il ponte da un cane. Mica scemo il Santo.

Ma possibile che il Diavolo sia così coglione da cascarci in tutte le città del mondo?️

P.S.In merito alla foto dell’Abbazia dalla finestra del castello: se la foto vi fa schifo non è colpa del fotografo, è che il vetro era sporco di suo e nello zaino non avevo il Vetrix

Mi chiamavano Trinità

Anche Andrea Piazza “lo chiamavano Trinità”. Continua la mia immedesimazione coi personaggi del Cinema. Ieri ho attraversato lo Scoppaturo, il Canyon dove hanno girato alcune scene di Trinità.
E ho pensato questo. In quel film Terence Hill era: 1) strafigo come pochi; 2) sempre stanco. E io pure sono come lui, cioè stanco.
L’escursione inizia nel segno dell’avventura. Scendo per entrare nel Canyon e chi trovo di fronte a me? Un toro seduto… si, seduto a tavola che bruca l’erba. Mi scappa un francesismo azzeccatissimo per la circostanza: dico, “La vache de ta mere” (trad. mantovano: la vaca ad to madar).

Lui mi lancia un’occhiata minacciosa (vedi foto). E io penso: cavolo! Si vede che capisce il francese.
Il toro mi fissa ancora. Io guardo l’orologio. Sono le 10.00, ma questo può diventare il mio “Mezzogiorno di fuoco”. La mano destra mi prude (come a Terence) mentre cerca inutilmente la mia Colt. Ma “toro seduto” abbassa lo sguardo e continua a brucare. Evidentemente ha capito che di fronte a lui non c’era Clint Eastwood bensì Danny Devito.

Proseguo nella mia escursione su questo set cinematografico. Alla fine, all’uscita del Canyon, arrivo al Ristoro dove vendono gli arrosticini ma… niente da fare. C’è una coda infinita. Qui è pieno di Camper, sembra il raduno degli abbonati di PleinAir. Ho deciso: la prossima volta mi immedesimo in Doctor Sleep così faccio una strage di camperisti satanici.

P.S.
il “toro seduto” che ho incontrato era sicuramente una vacca. Ma il racconto cinematografico è necessariamente finzione e una “vacca seduta” non ci stava proprio bene.

Viaggio nella “Terra di Mezzo”

Mattina del 18 agosto: sto salendo verso la Rocca di Calascio che è stato un set cinematografico per Ladyhawke. Sono ancora lontano ma sfodero il cavalletto per fotografare i ruderi. Proseguo nel cammino col mio Manfrotto aperto alla massima estensione.

Faccio una sosta e mi appoggio al mio treppiede. Ed è lì che mi sovviene l’allucinazione fantozziana (causata dalla salita): penso, sono sul set di un vecchio film Fantasy, ho la barba lunga (che ormai tende al bianco), impugno saldamente il mio cavalletto… Andrea Piazza oggi è la controfigura di Gandalf.
L’unica differenza è che Gandalf, col suo bastone, può lanciare incantesimi mentre io, col mio “cavalletto Manfrotto”, al massimo posso lanciare un selfie.
(Però mi sono guardato bene da lasciare prove fotografiche di questa immedesimazione… ho ancora una reputazione.)

Proseguo nel cammino e penso tra me: è solo una delle tante cazzate che scaturiscono ogni giorno dalla mia fantasia perversa. Poi scendo verso il borgo di Calascio ed è lì che ho un segno: finisco in Via della Terra di Mezzo… allora sono davvero in viaggio verso Mordor. (vabbè qui in Abruzzo c’è l’inversione del soggetto… Via di Mezzo la Terra.
Però il messaggio Tolkieniano era chiaro)