Due esploratori portoghesi

Non trovo le parole per descrivere il Mosteiro dos Jerónimos. Quindi non mi ci metto. Ci sono molte chiese che hanno peculiarità artistico/architettoniche che le rendono bellissime. Ma questa ha qualcosa in più, questa Chiesa è “divina” (e mentre lo scrivo intuisco che, per questa frase, finirò all’inferno senza passare dal Via😂)

Non trovando le parole mi soffermerò sui dettagli. E non sono dettagli irrilevanti. Qui giace il corpo di Fernando Pessoa. Mi sono fermato a lungo davanti alla sua tomba. L’ho fotografata da ogni angolazione, visto che è circondata da citazioni di 3 suoi eteronimi.

Poi, passando in chiesa, mi sono fermato davanti al cenotafio di Vasco da Gama. Altro eroe nazionale come Pessoa.
Ed è lì che ho intuito il legame tra i due personaggi: uno è il grande esploratore del Mondo, l’altro (Pessoa) è il grande esploratore dell’anima.

Si vede che è il destino dei portoghesi quello di diventare scopritori delle vie del mare come delle vie dell’Essere. 

Sulla strada delle 52 gallerie

Una Domenica sul Pasubio percorrendo la Strada delle 52 Gallerie. Ma io voglio ribattezzarla “la strada della Pace”. Si, perché quando arrivi lassù, dopo 800 metri di dislivello ed hai sudato anche l’anima… è proprio lì che la tua milza invoca l’armistizio. Quando arrivi lassù ti passa qualsiasi voglia di fare una guerra.

Io adoro Marco Paolini e i suoi spettacoli. Ha la capacità di farti sorridere mettendo un pizzico di ironia anche nelle vicende più tragiche: Ustica, il Vajont, lo sterminio dei portatori di handicap col piano AktionT4… Per poi condurti ad una seria riflessione su quei fatti. E io voglio provare, molto umilmente, a fare lo stesso. 

Prima guerra mondiale: gli italiani decidono di realizzare una mulattiera per portare rifornimenti alle truppe sulla sommità del Pasubio. Per realizzarla scaveranno 52 gallerie in quello che diventa un capolavoro di ingegneria militare. A chi affidi l’incarico di progettare e scavare queste gallerie? Ma ovviamente al tenente Zappa. Lo giuro non me lo sono inventato, l’ironia ce l’ha messa lo Stato Maggiore. E poi quando, nel mese di Aprile, devi sostituire il tenente chi ci metti a dirigere i lavori? Ma il capitano Picone: Nomen omen. Lo giuro, è vera anche questa: sembra una storia di Topolinia. Io adoro lo Stato Maggiore italiano: erano geniali nell’affrontare la guerra con “ironia”. Come dice Paolini nello spettacolo sul Vajont: “in questa vicenda sembra che i nomi li abbia messi un greco antico”. 

Ma il contesto ci impone di tornare seri. Ecco, ci sono delle circostanze nelle quali, per capire la Storia, occorrono concetti di altra origine. E per capire l’assurda e incomprensibile vicenda della prima guerra mondiale bisogna ricorrere a concetti di idraulica. Si perché la 1° Guerra Mondiale, a ben vedere, è un sifone che si è inghiottito tutto il ‘900. La Rivoluzione Russa, i fascismi, la 2° Guerra Mondiale, la Shoah, la Guerra Fredda e la divisione in blocchi, la Palestina e il Medio oriente, le guerre nei Balcani degli anni ’90… tutto il ‘900 è drammaticamente inghiottito (e originato) da quei 4 anni di inutile carneficina.

“Capire l’Europa del 1914 era indispensabile per capire quella del 2014”. Così diceva Paolo Rumiz in un documentario sulla Grande Guerra. Ed aveva proprio ragione: ogni cosa del mondo di oggi è uscita da quelle trincee.

Nei giorni scorsi ho rivisto il documentario di Rumiz. E balza all’occhio come quella guerra fosse un insieme di tante cose diverse. E anche qui sul Pasubio fu una cosa drammaticamente unica nella sua specie. “Una guerra immobile per topi”, così il giornalista definisce il conflitto tra queste montagne.

Io non riuscirei a spiegarla altrettanto bene. Lascio il compito alla conclusione del giornalista:
“Quando la guerra finì i corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani: 26 mesi c’erano voluti per sgombrarla dai corpi.
Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ’50 si lasciarono sul posto dei cestini poiché i gitanti ve le deponessero”.

Erano le ossa di un’intera generazione di giovani mandati al massacro. Era il cadavere del ‘900 inghiottito da quell’incubo di guerra.

Unicità bolognesi

Si può avere il Jet Lag appenninico? Certo che si può avere: e io sono la dimostrazione. Domenica mi sono alzato alle 4.00 per vedere l’alba alla Sambuca. Da quel giorno ogni mattina mi si spalancano gli occhi alle 3.49. Forse più che un “Jet Lag” mi sono beccato la “Maledizione dei Vergiolesi”: pare colpisca tutti i turisti che, la domenica mattina, vanno a rompere le palle ai residenti della Sambuca (che detta così mi sento come un Testimone di Geova… dunque mi sta bene questa “punizione divina” 🙂

Tornando a casa mi sono voluto proprio fermare a La Scola. Gli edifici del piccolo borgo risalgono al XIV secolo. Ma nel nome Scola è rimasta una traccia di origini molto più antiche. La parola longobarda “Sculca” rappresentava il “posto di guardia”. E in effetti proprio di qui passava il confine tra l’Esarcato e i territori longobardi.

Girando per le viuzze questo borgo ti appare come un gioiello più unico che raro. Poi pensi a quanti borghi, unici come questo, ci sono in Italia. Si ma qui è diverso, questo appennino bolognese è un “accumulatore di unicità”. Non ci credete? Posso dimostrarlo:

Dove potete trovare l’unica chiesa di Alvar Aalto in Italia? A Riola di Vergato ovviamente. Vabbè, non l’ho fotografata ma giuro che c’è.
Dove potete trovare una costruzione eclettica e follemente geniale come la Rocchetta Mattei se non lungo la porrettana?
Sfido chiunque a trovare una roba simile sul pianeta (e non portatemi esempi di Las Vegas che gli americani sono una categoria a sé stante che esula dal genere umano).

Sambuca dal tramonto all’alba

Non so che viso avesse (*) Selvaggia dei Vergiolesi ma, tutte le volte che vengo qui al Castello di Sambuca, penso a lei affacciata a una di quelle finestre. Sabato notte, per fortuna, non si è presentata al davanzale. I motivi sono questi: 1) io non sono Cino da Pistoia 2) lei è un tantino morta da circa 700 anni.

Una finestra. Questo luogo, visto di notte, si presenta come una finestra sul Tempo e sull’Universo. Sopra un cielo stellato che parla dell’Infinito e a terra i ruderi diroccati che raccontano dei secoli andati.

E tu sei lì che pensi a tutte queste menate…. mentre, davanti al cancello del cimitero (lì a pochi metri), passa una silhouette nera. A quel punto ti chiedi: ma perché diavolo ho letto tutti quei romanzi di Stephen King?
E’ evidente che si tratta di un quadrupede: un piccolo cinghiale oppure un gatto nero taglia XXL. Io comunque decido di andarmene. Anche perché devo tornare domenica mattina, alle 5.00, per vedere l’alba che bacia il borgo di Sambuca.


(*) qualcuno avrà colto la citazione e, come avrà intuito, sto leggendo la quasi autobiografia di Francesco Guccini: dunque, da queste parti, un richiamo era più che doveroso.

Una montagna a dimensione di uomo

Lo ammetto: sono arrivato a scoprire l’Appennino molto tardi… vabbè si può sempre recuperare.
E lo scorso week-end ho recuperato un pochino grazie alla scoperta di un piccolo scorcio dell’Appennino ligure.

“Una montagna a dimensione umana […] Tanto geografia che storia” con queste parole, in un’intervista di alcuni anni fa, il cantautore Giovanni Lindo Ferretti definiva l’Appennino.
Ed è proprio “una montagna a dimensione umana”, ma anche così tanto dimenticata dall’uomo. Una “montagna orfana” direi. Ma gli aggettivi per definire l’Appennino si potrebbero sprecare. E mi sa che un giorno, prima o poi, mi metterò a scrivere un dizionario degli aggettivi utilizzabili per raccontare queste montagne.

Quello nelle foto, per tornare a noi, è il borgo di Péntema, una frazione di Torriglia che si inerpica a 800 metri all’estrema periferia della Città Metropolitana di Genova. Un borgo dove risiedono circa 20 persone. Molto più numerose però sono le statue in creta del famoso presepe che, da ormai 25 anni, caratterizza il Natale in questo paesino di montagna. Che poi si tratta di un presepe solo di nome. Perché, nei fatti, si presenta come un vero e proprio “museo etnografico diffuso”, un museo che si sviluppa tra le vie del paese.
Sono sempre più convinto che in ogni angolo dell’Appennino ci sia un mondo da scoprire. E anche questo piccolo borgo non fa eccezione.

Per saperne di più: http://www.pentema.it/

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Un paese ipogeo

La scorsa estate ho passato molto tempo sull’appennino pistoiese. Ho raccontato quasi tutto. Ma qualcosa mi era sfuggito. Forse perché è stato un periodo terribile che cerco di “rimuovere” o forse chissà per quale altro motivo. Recentemente ho ritrovato gli appunti del 30 giugno… ed è un posto che vale la pena conoscere.   

Raccontare la mezza giornata a Campo Tizzoro non è facile, è da tempo che cerco di trovare il modo giusto per farlo. E’ un posto strano, affascinante (di un fascino tutto particolare) e anche un pochino inquietante. A prima vista può sembrare una fabbrica a forma di paese oppure, viceversa, un paese a immagine e somiglianza della fabbrica. In realtà è un museo di “antropologia industriale” a cielo aperto.

Arrivando non possono sfuggire queste grandi ogive di cemento, ce ne sono 8 (mi pare) in tutto. E subito pensi che siano un monumento alla stupidità guerrafondaia del ‘900. Poi ti spiegano che sono pozzi di accesso al labirinto sotterraneo delle gallerie anti-aeree. Un vero e proprio “paese ipogeo” che si dirama parecchi metri sotto al paese reale.   

La storia di Campo Tizzoro si sviluppa in simbiosi con quella della SMI (Società Metallurgica Italiana). Ed è la storia di un’epoca lontana, quando la fabbrica era ancora radicata in un tessuto sociale, quando l’Economia dipendeva dalla Comunità e non viceversa. Forse sto anche esagerando però mai come il documentario, oserei dire esilarante,  dell’Istituto Luce che inizia la visita all’ex stabilimento. Serve una sana (e coraggiosa) curiosità antropologica per affrontare il video. E allora, forte della tua curiosità, puoi scoprire tutte le “opere assistenziali” della SMI: le scuole, gli alloggi per operai e dirigenti, gli spazi ricreativi… addirittura i luoghi di culto. Scopri che “ampi e moderni fabbricati forniscono ai lavoratori le sane gioie di un comodo focolare”. E risalendo nella gerarchia aziendale sono riservate delle “villette civettuole per i dirigenti”.

Mentre i papà sono al lavoro “piccoli alunni lindi disciplinati e volenterosi vanno allo studio come a una festa”. E qui, a scuola, “le bimbette, che evidentemente ricevono un ottimo esempio in casa, promettono di diventare brave massaie” (lo giuro, dice veramente così). Ognuno ha il suo posto nel quartiere residenziale della SMI e agli scapoli sono riservati i posti in albergo dove possono rifocillarsi al ristorante. Ma la voce narrante ci tiene a precisare che “nulla può eguagliare la poesia del desco familiare dove siede la prolifica famiglia operaia”. E alla fine la voce fuori campo aggiunge un laconico commento: “Poveri scapoli!”.

Ad un certo punto, mentre guardi il documentario, ti aspetti che salti fuori Corrado Guzzanti che, alla guida di un manipolo di arditi, si lancia alla conquista di Marte per “spezzare le reni” ai rossi marziani bolscevichi. In fondo c’è qualcosa di ridicolosamente educativo in questi documentari LUCE. E’ impossibile trattenere la risata, ma è altrettanto utile a capire cosa siamo stati e come, nel corso di pochi decenni, può cambiare la cultura di un popolo.

Della fabbrica di munizioni della SMI non ho molto da mostrare. Le foto sono vietate per motivi di “riservatezza” visto che è pieno di munizioni di ogni taglia. Si va dai bossoli calibro 305 per cannoni Skoda delle navi austro-ungariche fino ai pallettoni da caccia. Un piccolo angolo su un tavolino defilato è dedicato al caso JFK: già perché i bossoli trovati a Dallas avevano il marchio “SMI Campo Tizzoro” e, per questo motivo, la fabbrica fu sottoposta all’inchiesta del governo americano.

Ma la cosa più interessante, sebbene un po’ angosciante, sono le gallerie sotterranee. Alcuni chilometri di tunnel, tra i 20 e 30 metri di profondità, costruiti, a partire dal 1937, per difendere tutti gli abitanti dai possibili attacchi aerei. In una calda giornata d’estate si apprezza il refrigerio di questi ambienti: non più di 10 gradi. Però camminando per questi lunghissimi corridoi non si può evitare di percepire l’angoscia della quale sembrano trasudare queste pareti. E ti puoi solo vagamente immaginare la sensazione che, durante un’evacuazione, si doveva provare qui dentro. Tutti stipati come animali ma rassicurati dal fatto che “la disciplina è la miglior garanzia di salvezza”. E la disciplina la ritrovi nelle ferree indicazioni come quella che ci ricorda che “è assolutamente vietato sputare”. Cose di altri tempi, ma non così lontani.  

Nel ventre del monte vuoto

Avevo già visto parecchie grotte carsiche e pensavo di capirci qualche cosa ma, prima di venire qui in Garfagnana, in realtà non sapevo niente di Speleologia. Non sarà maestoso come le Grotte di Frasassi ma l’Antro del Corchia è comunque uno spettacolo unico, assolutamente da vedere. Ma d’altra parte ogni grotta è unica nel suo genere. La montagna vuota, così viene definito il Corchia, ha nella sua pancia oltre 100 Km di gallerie di cui solo 70 km già esplorati e solo 2 percorsi da Andrea Piazza (al seguito della guida).

Qui a Levigliani sono organizzatissimi: un doppio bus navetta (per le grotte e la miniera di mercurio) e tutto quello che serve a noleggio (ti affittano anche la felpa se arrivi in grotta a maniche corte). “Sembra di essere in Germania” ha commentato un visitatore che era nel mio gruppo.
Ma quello che non dimenticherò mai è la salita alle grotte con la navetta. Lasci l’auto a Levigliani e prendi il bus che si arrampica su una salita dalla pendenza improponibile. E già ti chiedi “chi me l’ha fatto fare?”. Poi sale per una strada mono-corsia con strapiombi mozzafiato. E su certi tornanti deve pure fare manovra. Che ad un certo punto ti trovi con la roccia davanti al muso del bus e il vuoto dietro alle gomme posteriori. Tra i passeggeri cala un silenzio agghiacciante.
In discesa c’è al volante un autista donna. Fa manovra su un tornante e dietro di lei ci siamo noi, 50 persone mute, col fiato sospeso. E nel silenzio generale (io userò la H al posto della C per un suono toscano) l’autista esclama : “Senti hhe silenzio! Pare hhe sono sola!”🤣🤣🤣

In coda alle foto della Grotta metto anche le immagini della miniera dove, dal medioevo fino agli anni ’70, si estraeva il Mercurio. Piccola nota da turista saccente: il Mercurio solitamente, anche qui a Levigliani, viene estratto dal Cinabro (solfuro di Mercurio) un minerale di colore rosso. Esistono però 4 miniere in tutto il mondo dove il Mercurio affiora direttamente (non in forma di solfuro) dalla roccia. La miniera di Levigliani è una di quelle 4. E’ un fenomeno rarissimo che, da un punto di vista industriale, non ha nessun valore. Ma vedere le gocce di Mercurio che affiorano dalla roccia è uno spettacolo che desta stupore.

Un borgo fantasma nel bosco incantato

Attraversata la diga di Isola Santa si imbocca il sentiero che porta al borgo fantasma di Col di Favilla. E’ un piccolo nucleo di case, parte del Comune di Stazzema, che erano nate, nel XVII secolo, come alpeggio. Nel corso del tempo il borgo si è sviluppato raggiungendo, alla fine del ‘800, una popolazione stabile. Pesantemente danneggiato durante la guerra di Liberazione è stato definitivamente abbandonato negli anni ’60.
L’escursione non è niente di eccezionale: molto tranquilla, direi per tutti. Un dislivello di poche centinaia di metri, il sentiero ben segnato, pendenze non esagerate… eppure c’è qualche cosa di diverso, di inquietante. Sarà il fatto di non incontrare altri mammiferi, se non un piccolo scoiattolo. Sarà forse la suggestione ispirata dalla salita verso un “borgo fantasma”, oppure sarà il fatto che Andrea Piazza non doveva guardare tutte le puntate di “Stranger Things” prima di partire😳. Sta di fatto che questo bosco ha qualche cosa di “stregato”.
Giro una curva e mi trovo di fronte un tronco in cui è facile individuare la sagoma di un volto umano, quasi come fosse un demone che controlla la salita. Giro attorno al tronco e lo scopro cavo, tanto che pare di poterlo abbattere con una mano. Ecco, era solo un “demone fragile”. E mi vien da pensare che, molto spesso, anche i nostri “demoni” sono solo paure fragili, basterebbe girarci intorno per scoprire che sono come tronchi vuoti. Ma quello che manca, molto spesso, è proprio il coraggio di affrontarli i nostri demoni. (questa era da manuale “Psicoterapia for Dummies”, voglio il copyright)

Intanto procedo e mi trovo di fronte una “farfalla” che mi sbarra la strada. La guardo attentanemente, non è una farfalla. Si alza si abbassa, vola, poi si ferma quindi riparte ma non è una farfalla bensì una foglia. L’ho pure filmata ma mica ho capito il trucco, forse una lunghissima ragnatela che la teneva in sospeso, ma io mica l’ho trovata la ragnatela. Faccio spallucce e passo oltre. Questo bosco resta inquietante.

Arrivo a Col di Favilla e inizio a fotografare gli antichi ruderi di quelle case diroccate. Ad un tratto un rumore, una voce… faccio un salto e mi viene la pelle d’oca. OK, sono solo due ragazzi, le prime persone che incontro oggi. Ma alla luce delle premesse lo spavento era comprensibile.
Continuo a fotografare quei ruderi. Si intravedono i resti di un camino, pavimenti e il cielo che fa da soffitto (quando si dice “Il cielo in una stanza”🤣). E mi viene da pensare ai piedi che, tra il XVII e il XX secolo, calpestarono quei pavimenti. Se le pietre di una casa hanno una memoria allora queste pietre trasmettono, in modo molto intenso, il ricordo di vite vissute in epoche lontane.
Più tardi proseguo fino alla Foce di Mosceta ed al rifugio Del Freo dove mangio una spettacolare zuppa di verdure. Qui nel bosco soffia una brezza strana, è un vento leggero ma continuo. Adesso, col senno di poi, mi sovviene quello che, due giorni dopo nel borgo di Frassignoni, il vecchio Argante chiamava “il respiro della montagna”. Strane coincidenze appenniniche, o forse gli echi di un unico esistere al quale apparteniamo tutti.

Proprio una bella escursione, alla portata di tutti. Magari però non per quelli dotati di un’immaginazione fervida come la mia.🤦‍♂️🤣🤣

Il respiro della montagna

Da dove cominciare? Ho un sacco di arretrati, di foto non pubblicate per via della scarsa connettività in Garfagnana. Ma voglio partire dalla fine, dal viaggio di ritorno e dalle sue incredibili sorprese.

Si perché arrivati ad un certo punto non sei più tu che cerchi la montagna ma è lei che, nei modi più imprevedibili, riesce sempre a trovarvi. Ieri mattina ho passato 3 ore nella Grotta del Vento sotto al Monte Pania. Uscito da lì non avevo proprio voglia di lasciare l’Appennino. Allora ho iniziato a vagabondare sulla strada del ritorno. Ho attraversato 3 province: Lucca, Pistoia e Bologna. Per poi finire, attirato da un vago presagio, nella valle dell’Alto Reno, che ormai è quasi una seconda casa. Questa piccola “odissea appenninica” mi ha portato casualmente a trovarmi, a Porretta Terme, sulle strisce pedonali proprio mentre Sante Ballerini è fermo allo stesso semaforo. Una coincidenza? Oppure è il “respiro della montagna” che mi ha attirato proprio lì in quel preciso momento?

Mi lascio “rapire” da lui e ci spostiamo nel piccolo borgo di Frassignoni dove, poco dopo, viene presentato un libro: “A veglia con Argante ovvero il respiro della Montagna”. E’ un volumetto che raccoglie le memorie di un anziano signore di Frassignoni (Ilario Biondi detto “Argante”) il quale, nel suo racconto, ci propone quell’anima contadina, fatta di sobrietà e sacrificio, che rappresenta lo spirito dell’Appennino. (Le ultime parole non sono mie ma tratte dal sociologo De Rita che, in un articolo sul Corriere, descrive l’Appennino come “la struttura portante senza la quale il sistema [Italia] si scioglie verso il mare”. Bellissimo articolo di cui propongo il link qui in fondo)

Le memorie di Argante, raccontate da Daniela Banchini, non sono solamente la storia di un piccolo borgo, di nome Frassignoni, del quale forse, nel resto di questa Italia, non interesserà mai nulla a nessuno. Il suo è piuttosto il racconto di una civiltà contadina fatta di solidarietà, sacrificio e dignitosa povertà. Quante Frassignoni e quanti Argante ci saranno in giro per l’Appennino e per l’Italia?

Un mondo smarrito che però, ancora oggi, ha molto da insegnarci anche, e forse soprattutto, nel nostro rapporto con l’ambiente. Per questo propongo le ultime righe di questo bellissimo volume:
“A Frassignoni il mondo non è più quello di quando ero bambino, quello che vi ho raccontato in queste pagine; ma il fascino della montagna resta. La montagna ha un suo respiro, che si sente nel bosco e nei borghi quando ci si allontana dai paesi del fondovalle e dal traffico. E’ un respiro profondo, che non tutti riescono a sentire, ma che, se inizi a percepirlo, ti attrae: ti fa capire che non sei solo, che c’è una vita più vasta, in cui uomini, alberi, animali, acqua, vento, sole, terra, pur stando ognuno al suo posto, partecipano tutti ad un unico, grande, grandissimo respiro; un respiro che forse di avverte alche in altri luoghi della terra, ma che io sento sulla mia montagna.”

Questo Argante potrebbe essere il nonno di Greta Thunberg, non vi pare?

Ed ecco l’articolo di Giuseppe De Rita

P.S. le immagini sono mie foto di repertorio scattate tra Campeda e la strada verso Sambuca, così giusto per essere precisi.

L’isola che non c’è

L’antico borgo di Isola Santa è proprio, come nelle parole di Edoardo Bennato, l’isola che non c’è. Ovvero non è un’isola, almeno come la intendiamo solitamente. E’ piuttosto un’isola del tempo, un borgo che ha attraversato i secoli per portare a noi il fascino di epoche così lontane.
Modernità e tradizione qui si incontrano o meglio si scontrano. La tradizione è in quelle pietre, in quegli edifici che hanno solcato un millennio di storia. La modernità è quella del bacino artificiale, la diga che, nel lontano 1949, ha spazzato via quasi tutto il borgo medievale. Oggi è difficile accettarlo ma allora c’era una nazione da ricostruire, una “rivoluzione industriale” da cominciare, un boom economico da innescare.

Eppure il lago artificiale, a modo suo, qui riesce a ingentilire ancor di più quel che resta dell’antico borgo.
In fin dei conti in Italia tutto sta in bilico fra tradizione e modernità. Il segreto è trovare il giusto equilibrio.

Pure Andrea Piazza è un paradosso di tradizione e modernità: mi rendo conto di essere l’ultimo Sapiens che, in questa epoca di Smartphone tuttofare, gira ancora con una reflex appesa al collo. A volte mi sento così vetusto, direi quasi “un guerriero senza patria e senza spada, con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

E niente, la citazione di Bertoli ci sta sempre bene… a muso duro!