Sto perdendo colpi (e pezzi). A metà mattina, con grande disappunto di Chiara, mi sono accorto di aver messo due calze diverse. Poi le mitiche scarpe della Tecnica, compagne di tante camminate, hanno manifestato i primi segni di cedimento. Per fortuna gran parte della giornata l’abbiamo passata in treno e sull’autobus (fino all’incontro con l’americano “amigo de dios”).
Ed è arrivato quindi il momento di sbarcare nello Jutland. Già perché noi, a Copenaghen, eravamo sull’isola di Sjælland, nome che viene tradotto im Selandia. Traduzione orribile? Provate a pensare all’isola di Odense il cui nome Fyn viene tradotto Fionia. Qui sembra di essere in un cartone animato.

Comunque, per passare sulla terraferma abbiamo attraversato il maestoso ponte del Great Belt. Dal bus ho provato a scattare delle foto ma era impossibile ottenere una vista decente. Poi una signora danese mi ha guardato male. Ha sicuramente pensato: “Pofero italiano, non afere mai fisto un ponte”
E io tra me e me ho risposto “No cara la mia crucca, un ponte autoportante non è così facile da vedere in Italia di questi tempi”
Per loro pendolari danesi è una cosa normale, e io sarò anche provinciale. Ma vedere in distanza quel ponte e passarci sopra è un’emozione. Lo vedi da lontano che fa una pancia in su. E ti pare di salire sulle montagne russe. Poi, una volta passati quegli infiniti stralli, scivoli giù su questa lingua di asfalto che corre sull’acqua. E tutto intorno è un girare di pale, eoliche intendo.

Poi, con l’autobus e il treno, continui la corsa in mezzo a queste strane campagne. Pochi centri abitati e fattorie sparse qua e la. E la terra che
, in certi tratti, assomiglia vagamente alla colline appenniniche. Ma non è collina vera e propria, come quella marchigiana. E’ più delicata, è come un’onda di vegetazione. E’ come se il mare, che ti sei appena lasciato alle spalle, si trasformasse in una “onda bucolica” (bella immagine! non vuol dire niente ma potrebbe candidarsi al “Premio Pulitzer della licenza poetica”).

E così alla fine siamo qui, alla periferia di Billund per passare, le prossime tre notti, in Aeroporto. L’albergo più economico che ho trovato è in fondo alla pista. E già mi sento un po’ come Tom Hanks.


2 commenti

Anna Culpo · 23 Aprile 2019 alle 9:18

Cos’è un ponte autoportante?

    Andrea · 23 Aprile 2019 alle 9:23

    Nella mia perversa fantasia lessicale dovrebbe essere un ponte che sta su da solo

Rispondi a Anna Culpo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *