Unicità bolognesi

Si può avere il Jet Lag appenninico? Certo che si può avere: e io sono la dimostrazione. Domenica mi sono alzato alle 4.00 per vedere l’alba alla Sambuca. Da quel giorno ogni mattina mi si spalancano gli occhi alle 3.49. Forse più che un “Jet Lag” mi sono beccato la “Maledizione dei Vergiolesi”: pare colpisca tutti i turisti che, la domenica mattina, vanno a rompere le palle ai residenti della Sambuca (che detta così mi sento come un Testimone di Geova… dunque mi sta bene questa “punizione divina” 🙂

Tornando a casa mi sono voluto proprio fermare a La Scola. Gli edifici del piccolo borgo risalgono al XIV secolo. Ma nel nome Scola è rimasta una traccia di origini molto più antiche. La parola longobarda “Sculca” rappresentava il “posto di guardia”. E in effetti proprio di qui passava il confine tra l’Esarcato e i territori longobardi.

Girando per le viuzze questo borgo ti appare come un gioiello più unico che raro. Poi pensi a quanti borghi, unici come questo, ci sono in Italia. Si ma qui è diverso, questo appennino bolognese è un “accumulatore di unicità”. Non ci credete? Posso dimostrarlo:

Dove potete trovare l’unica chiesa di Alvar Aalto in Italia? A Riola di Vergato ovviamente. Vabbè, non l’ho fotografata ma giuro che c’è.
Dove potete trovare una costruzione eclettica e follemente geniale come la Rocchetta Mattei se non lungo la porrettana?
Sfido chiunque a trovare una roba simile sul pianeta (e non portatemi esempi di Las Vegas che gli americani sono una categoria a sé stante che esula dal genere umano).

Sambuca dal tramonto all’alba

Non so che viso avesse (*) Selvaggia dei Vergiolesi ma, tutte le volte che vengo qui al Castello di Sambuca, penso a lei affacciata a una di quelle finestre. Sabato notte, per fortuna, non si è presentata al davanzale. I motivi sono questi: 1) io non sono Cino da Pistoia 2) lei è un tantino morta da circa 700 anni.

Una finestra. Questo luogo, visto di notte, si presenta come una finestra sul Tempo e sull’Universo. Sopra un cielo stellato che parla dell’Infinito e a terra i ruderi diroccati che raccontano dei secoli andati.

E tu sei lì che pensi a tutte queste menate…. mentre, davanti al cancello del cimitero (lì a pochi metri), passa una silhouette nera. A quel punto ti chiedi: ma perché diavolo ho letto tutti quei romanzi di Stephen King?
E’ evidente che si tratta di un quadrupede: un piccolo cinghiale oppure un gatto nero taglia XXL. Io comunque decido di andarmene. Anche perché devo tornare domenica mattina, alle 5.00, per vedere l’alba che bacia il borgo di Sambuca.


(*) qualcuno avrà colto la citazione e, come avrà intuito, sto leggendo la quasi autobiografia di Francesco Guccini: dunque, da queste parti, un richiamo era più che doveroso.

Una montagna a dimensione di uomo

Lo ammetto: sono arrivato a scoprire l’Appennino molto tardi… vabbè si può sempre recuperare.
E lo scorso week-end ho recuperato un pochino grazie alla scoperta di un piccolo scorcio dell’Appennino ligure.

“Una montagna a dimensione umana […] Tanto geografia che storia” con queste parole, in un’intervista di alcuni anni fa, il cantautore Giovanni Lindo Ferretti definiva l’Appennino.
Ed è proprio “una montagna a dimensione umana”, ma anche così tanto dimenticata dall’uomo. Una “montagna orfana” direi. Ma gli aggettivi per definire l’Appennino si potrebbero sprecare. E mi sa che un giorno, prima o poi, mi metterò a scrivere un dizionario degli aggettivi utilizzabili per raccontare queste montagne.

Quello nelle foto, per tornare a noi, è il borgo di Péntema, una frazione di Torriglia che si inerpica a 800 metri all’estrema periferia della Città Metropolitana di Genova. Un borgo dove risiedono circa 20 persone. Molto più numerose però sono le statue in creta del famoso presepe che, da ormai 25 anni, caratterizza il Natale in questo paesino di montagna. Che poi si tratta di un presepe solo di nome. Perché, nei fatti, si presenta come un vero e proprio “museo etnografico diffuso”, un museo che si sviluppa tra le vie del paese.
Sono sempre più convinto che in ogni angolo dell’Appennino ci sia un mondo da scoprire. E anche questo piccolo borgo non fa eccezione.

Per saperne di più: http://www.pentema.it/

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Un paese ipogeo

La scorsa estate ho passato molto tempo sull’appennino pistoiese. Ho raccontato quasi tutto. Ma qualcosa mi era sfuggito. Forse perché è stato un periodo terribile che cerco di “rimuovere” o forse chissà per quale altro motivo. Recentemente ho ritrovato gli appunti del 30 giugno… ed è un posto che vale la pena conoscere.   

Raccontare la mezza giornata a Campo Tizzoro non è facile, è da tempo che cerco di trovare il modo giusto per farlo. E’ un posto strano, affascinante (di un fascino tutto particolare) e anche un pochino inquietante. A prima vista può sembrare una fabbrica a forma di paese oppure, viceversa, un paese a immagine e somiglianza della fabbrica. In realtà è un museo di “antropologia industriale” a cielo aperto.

Arrivando non possono sfuggire queste grandi ogive di cemento, ce ne sono 8 (mi pare) in tutto. E subito pensi che siano un monumento alla stupidità guerrafondaia del ‘900. Poi ti spiegano che sono pozzi di accesso al labirinto sotterraneo delle gallerie anti-aeree. Un vero e proprio “paese ipogeo” che si dirama parecchi metri sotto al paese reale.   

La storia di Campo Tizzoro si sviluppa in simbiosi con quella della SMI (Società Metallurgica Italiana). Ed è la storia di un’epoca lontana, quando la fabbrica era ancora radicata in un tessuto sociale, quando l’Economia dipendeva dalla Comunità e non viceversa. Forse sto anche esagerando però mai come il documentario, oserei dire esilarante,  dell’Istituto Luce che inizia la visita all’ex stabilimento. Serve una sana (e coraggiosa) curiosità antropologica per affrontare il video. E allora, forte della tua curiosità, puoi scoprire tutte le “opere assistenziali” della SMI: le scuole, gli alloggi per operai e dirigenti, gli spazi ricreativi… addirittura i luoghi di culto. Scopri che “ampi e moderni fabbricati forniscono ai lavoratori le sane gioie di un comodo focolare”. E risalendo nella gerarchia aziendale sono riservate delle “villette civettuole per i dirigenti”.

Mentre i papà sono al lavoro “piccoli alunni lindi disciplinati e volenterosi vanno allo studio come a una festa”. E qui, a scuola, “le bimbette, che evidentemente ricevono un ottimo esempio in casa, promettono di diventare brave massaie” (lo giuro, dice veramente così). Ognuno ha il suo posto nel quartiere residenziale della SMI e agli scapoli sono riservati i posti in albergo dove possono rifocillarsi al ristorante. Ma la voce narrante ci tiene a precisare che “nulla può eguagliare la poesia del desco familiare dove siede la prolifica famiglia operaia”. E alla fine la voce fuori campo aggiunge un laconico commento: “Poveri scapoli!”.

Ad un certo punto, mentre guardi il documentario, ti aspetti che salti fuori Corrado Guzzanti che, alla guida di un manipolo di arditi, si lancia alla conquista di Marte per “spezzare le reni” ai rossi marziani bolscevichi. In fondo c’è qualcosa di ridicolosamente educativo in questi documentari LUCE. E’ impossibile trattenere la risata, ma è altrettanto utile a capire cosa siamo stati e come, nel corso di pochi decenni, può cambiare la cultura di un popolo.

Della fabbrica di munizioni della SMI non ho molto da mostrare. Le foto sono vietate per motivi di “riservatezza” visto che è pieno di munizioni di ogni taglia. Si va dai bossoli calibro 305 per cannoni Skoda delle navi austro-ungariche fino ai pallettoni da caccia. Un piccolo angolo su un tavolino defilato è dedicato al caso JFK: già perché i bossoli trovati a Dallas avevano il marchio “SMI Campo Tizzoro” e, per questo motivo, la fabbrica fu sottoposta all’inchiesta del governo americano.

Ma la cosa più interessante, sebbene un po’ angosciante, sono le gallerie sotterranee. Alcuni chilometri di tunnel, tra i 20 e 30 metri di profondità, costruiti, a partire dal 1937, per difendere tutti gli abitanti dai possibili attacchi aerei. In una calda giornata d’estate si apprezza il refrigerio di questi ambienti: non più di 10 gradi. Però camminando per questi lunghissimi corridoi non si può evitare di percepire l’angoscia della quale sembrano trasudare queste pareti. E ti puoi solo vagamente immaginare la sensazione che, durante un’evacuazione, si doveva provare qui dentro. Tutti stipati come animali ma rassicurati dal fatto che “la disciplina è la miglior garanzia di salvezza”. E la disciplina la ritrovi nelle ferree indicazioni come quella che ci ricorda che “è assolutamente vietato sputare”. Cose di altri tempi, ma non così lontani.  

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Nel ventre del monte vuoto

Avevo già visto parecchie grotte carsiche e pensavo di capirci qualche cosa ma, prima di venire qui in Garfagnana, in realtà non sapevo niente di Speleologia. Non sarà maestoso come le Grotte di Frasassi ma l’Antro del Corchia è comunque uno spettacolo unico, assolutamente da vedere. Ma d’altra parte ogni grotta è unica nel suo genere. La montagna vuota, così viene definito il Corchia, ha nella sua pancia oltre 100 Km di gallerie di cui solo 70 km già esplorati e solo 2 percorsi da Andrea Piazza (al seguito della guida).

Qui a Levigliani sono organizzatissimi: un doppio bus navetta (per le grotte e la miniera di mercurio) e tutto quello che serve a noleggio (ti affittano anche la felpa se arrivi in grotta a maniche corte). “Sembra di essere in Germania” ha commentato un visitatore che era nel mio gruppo.
Ma quello che non dimenticherò mai è la salita alle grotte con la navetta. Lasci l’auto a Levigliani e prendi il bus che si arrampica su una salita dalla pendenza improponibile. E già ti chiedi “chi me l’ha fatto fare?”. Poi sale per una strada mono-corsia con strapiombi mozzafiato. E su certi tornanti deve pure fare manovra. Che ad un certo punto ti trovi con la roccia davanti al muso del bus e il vuoto dietro alle gomme posteriori. Tra i passeggeri cala un silenzio agghiacciante.
In discesa c’è al volante un autista donna. Fa manovra su un tornante e dietro di lei ci siamo noi, 50 persone mute, col fiato sospeso. E nel silenzio generale (io userò la H al posto della C per un suono toscano) l’autista esclama : “Senti hhe silenzio! Pare hhe sono sola!”🤣🤣🤣

In coda alle foto della Grotta metto anche le immagini della miniera dove, dal medioevo fino agli anni ’70, si estraeva il Mercurio. Piccola nota da turista saccente: il Mercurio solitamente, anche qui a Levigliani, viene estratto dal Cinabro (solfuro di Mercurio) un minerale di colore rosso. Esistono però 4 miniere in tutto il mondo dove il Mercurio affiora direttamente (non in forma di solfuro) dalla roccia. La miniera di Levigliani è una di quelle 4. E’ un fenomeno rarissimo che, da un punto di vista industriale, non ha nessun valore. Ma vedere le gocce di Mercurio che affiorano dalla roccia è uno spettacolo che desta stupore.

Un borgo fantasma nel bosco incantato

Attraversata la diga di Isola Santa si imbocca il sentiero che porta al borgo fantasma di Col di Favilla. E’ un piccolo nucleo di case, parte del Comune di Stazzema, che erano nate, nel XVII secolo, come alpeggio. Nel corso del tempo il borgo si è sviluppato raggiungendo, alla fine del ‘800, una popolazione stabile. Pesantemente danneggiato durante la guerra di Liberazione è stato definitivamente abbandonato negli anni ’60.
L’escursione non è niente di eccezionale: molto tranquilla, direi per tutti. Un dislivello di poche centinaia di metri, il sentiero ben segnato, pendenze non esagerate… eppure c’è qualche cosa di diverso, di inquietante. Sarà il fatto di non incontrare altri mammiferi, se non un piccolo scoiattolo. Sarà forse la suggestione ispirata dalla salita verso un “borgo fantasma”, oppure sarà il fatto che Andrea Piazza non doveva guardare tutte le puntate di “Stranger Things” prima di partire😳. Sta di fatto che questo bosco ha qualche cosa di “stregato”.
Giro una curva e mi trovo di fronte un tronco in cui è facile individuare la sagoma di un volto umano, quasi come fosse un demone che controlla la salita. Giro attorno al tronco e lo scopro cavo, tanto che pare di poterlo abbattere con una mano. Ecco, era solo un “demone fragile”. E mi vien da pensare che, molto spesso, anche i nostri “demoni” sono solo paure fragili, basterebbe girarci intorno per scoprire che sono come tronchi vuoti. Ma quello che manca, molto spesso, è proprio il coraggio di affrontarli i nostri demoni. (questa era da manuale “Psicoterapia for Dummies”, voglio il copyright)

Intanto procedo e mi trovo di fronte una “farfalla” che mi sbarra la strada. La guardo attentanemente, non è una farfalla. Si alza si abbassa, vola, poi si ferma quindi riparte ma non è una farfalla bensì una foglia. L’ho pure filmata ma mica ho capito il trucco, forse una lunghissima ragnatela che la teneva in sospeso, ma io mica l’ho trovata la ragnatela. Faccio spallucce e passo oltre. Questo bosco resta inquietante.

Arrivo a Col di Favilla e inizio a fotografare gli antichi ruderi di quelle case diroccate. Ad un tratto un rumore, una voce… faccio un salto e mi viene la pelle d’oca. OK, sono solo due ragazzi, le prime persone che incontro oggi. Ma alla luce delle premesse lo spavento era comprensibile.
Continuo a fotografare quei ruderi. Si intravedono i resti di un camino, pavimenti e il cielo che fa da soffitto (quando si dice “Il cielo in una stanza”🤣). E mi viene da pensare ai piedi che, tra il XVII e il XX secolo, calpestarono quei pavimenti. Se le pietre di una casa hanno una memoria allora queste pietre trasmettono, in modo molto intenso, il ricordo di vite vissute in epoche lontane.
Più tardi proseguo fino alla Foce di Mosceta ed al rifugio Del Freo dove mangio una spettacolare zuppa di verdure. Qui nel bosco soffia una brezza strana, è un vento leggero ma continuo. Adesso, col senno di poi, mi sovviene quello che, due giorni dopo nel borgo di Frassignoni, il vecchio Argante chiamava “il respiro della montagna”. Strane coincidenze appenniniche, o forse gli echi di un unico esistere al quale apparteniamo tutti.

Proprio una bella escursione, alla portata di tutti. Magari però non per quelli dotati di un’immaginazione fervida come la mia.🤦‍♂️🤣🤣

Il respiro della montagna

Da dove cominciare? Ho un sacco di arretrati, di foto non pubblicate per via della scarsa connettività in Garfagnana. Ma voglio partire dalla fine, dal viaggio di ritorno e dalle sue incredibili sorprese.

Si perché arrivati ad un certo punto non sei più tu che cerchi la montagna ma è lei che, nei modi più imprevedibili, riesce sempre a trovarvi. Ieri mattina ho passato 3 ore nella Grotta del Vento sotto al Monte Pania. Uscito da lì non avevo proprio voglia di lasciare l’Appennino. Allora ho iniziato a vagabondare sulla strada del ritorno. Ho attraversato 3 province: Lucca, Pistoia e Bologna. Per poi finire, attirato da un vago presagio, nella valle dell’Alto Reno, che ormai è quasi una seconda casa. Questa piccola “odissea appenninica” mi ha portato casualmente a trovarmi, a Porretta Terme, sulle strisce pedonali proprio mentre Sante Ballerini è fermo allo stesso semaforo. Una coincidenza? Oppure è il “respiro della montagna” che mi ha attirato proprio lì in quel preciso momento?

Mi lascio “rapire” da lui e ci spostiamo nel piccolo borgo di Frassignoni dove, poco dopo, viene presentato un libro: “A veglia con Argante ovvero il respiro della Montagna”. E’ un volumetto che raccoglie le memorie di un anziano signore di Frassignoni (Ilario Biondi detto “Argante”) il quale, nel suo racconto, ci propone quell’anima contadina, fatta di sobrietà e sacrificio, che rappresenta lo spirito dell’Appennino. (Le ultime parole non sono mie ma tratte dal sociologo De Rita che, in un articolo sul Corriere, descrive l’Appennino come “la struttura portante senza la quale il sistema [Italia] si scioglie verso il mare”. Bellissimo articolo di cui propongo il link qui in fondo)

Le memorie di Argante, raccontate da Daniela Banchini, non sono solamente la storia di un piccolo borgo, di nome Frassignoni, del quale forse, nel resto di questa Italia, non interesserà mai nulla a nessuno. Il suo è piuttosto il racconto di una civiltà contadina fatta di solidarietà, sacrificio e dignitosa povertà. Quante Frassignoni e quanti Argante ci saranno in giro per l’Appennino e per l’Italia?

Un mondo smarrito che però, ancora oggi, ha molto da insegnarci anche, e forse soprattutto, nel nostro rapporto con l’ambiente. Per questo propongo le ultime righe di questo bellissimo volume:
“A Frassignoni il mondo non è più quello di quando ero bambino, quello che vi ho raccontato in queste pagine; ma il fascino della montagna resta. La montagna ha un suo respiro, che si sente nel bosco e nei borghi quando ci si allontana dai paesi del fondovalle e dal traffico. E’ un respiro profondo, che non tutti riescono a sentire, ma che, se inizi a percepirlo, ti attrae: ti fa capire che non sei solo, che c’è una vita più vasta, in cui uomini, alberi, animali, acqua, vento, sole, terra, pur stando ognuno al suo posto, partecipano tutti ad un unico, grande, grandissimo respiro; un respiro che forse di avverte alche in altri luoghi della terra, ma che io sento sulla mia montagna.”

Questo Argante potrebbe essere il nonno di Greta Thunberg, non vi pare?

Ed ecco l’articolo di Giuseppe De Rita

P.S. le immagini sono mie foto di repertorio scattate tra Campeda e la strada verso Sambuca, così giusto per essere precisi.

L’isola che non c’è

L’antico borgo di Isola Santa è proprio, come nelle parole di Edoardo Bennato, l’isola che non c’è. Ovvero non è un’isola, almeno come la intendiamo solitamente. E’ piuttosto un’isola del tempo, un borgo che ha attraversato i secoli per portare a noi il fascino di epoche così lontane.
Modernità e tradizione qui si incontrano o meglio si scontrano. La tradizione è in quelle pietre, in quegli edifici che hanno solcato un millennio di storia. La modernità è quella del bacino artificiale, la diga che, nel lontano 1949, ha spazzato via quasi tutto il borgo medievale. Oggi è difficile accettarlo ma allora c’era una nazione da ricostruire, una “rivoluzione industriale” da cominciare, un boom economico da innescare.

Eppure il lago artificiale, a modo suo, qui riesce a ingentilire ancor di più quel che resta dell’antico borgo.
In fin dei conti in Italia tutto sta in bilico fra tradizione e modernità. Il segreto è trovare il giusto equilibrio.

Pure Andrea Piazza è un paradosso di tradizione e modernità: mi rendo conto di essere l’ultimo Sapiens che, in questa epoca di Smartphone tuttofare, gira ancora con una reflex appesa al collo. A volte mi sento così vetusto, direi quasi “un guerriero senza patria e senza spada, con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

E niente, la citazione di Bertoli ci sta sempre bene… a muso duro!

Profondità appenninica

Oggi (30 giugno), per l’ennesima volta, è saltata un’escursione pianificata da tempo. Volevo ripiegare sempre sulle Dolomiti ma poi ho pensato “Troppo casino! Troppi mammiferi della mia specie”. E quindi, alla fine, il cuore mi ha riportato qui sull’appennino.

Mi sono trovato di fronte a questo ponte medievale. A prima vista solo un mucchio di vecchie pietre, ma è un mucchio di pietre che ha attraversato la profondità dei secoli. E’, a suo modo, un “ponte del tempo”. Un angolo di Toscana che magari potrebbe anche sfuggire allo sguardo superficiale del turista distratto. E allora mi sono seduto e ho iniziato a riflettere, la montagna serve anche a questo. 
Viviamo in una società piena zeppa di superficialità dove è stata messa al bando la “profondità”. E anche questo canale (internet, social network…) dove sto scrivendo è solamente, in buona sostanza, un “megafono di superficialità”. Forse sarà perché la superficialità si vende bene? perchè è un bene di consumo di massa? Ma io mi sono fatto un’idea diversa.

Io penso che in ognuno di noi ci sia (o meglio ci potrebbe essere) qualcosa di molto profondo. Però la profondità spaventa. Ed è per questo motivo che, molto spesso, ci accontentiamo della superficialità senza scendere più giù. Affrontare la “profondità” è difficile perché significa affrontare te stesso. E una volta trovato “te stesso”, ammesso e non concesso di trovarlo, poi è un casino gestirlo. Perché “tu è” un guazzabuglio di emozioni e contraddizioni insanabili. Insomma un gran bel grattacapo. E poi, a volte, la profondità è chiusa in una confezione così ermetica che, per tirarla fuori, è necessaria una ferita profonda capace di lacerare quella confezione sigillata.

Inoltre la profondità di una persona è ingombrante, per sé e per gli altri. Invece la superficialità è come un tavolo pieghevole da pic-nic: la smonti e la porti dove vuoi. E’ quindi comprensibile che le persone, molto spesso, rinuncino alla propria profondità per nascondersi sotto la superficie, come in un gioco pirandelliano di maschere. E’ più facile e forse anche più conveniente.
Ma a questo punto una domanda sorge spontanea: io che cazzo la pago a fare una psicoterapeuta se la “psico-analisi” mi viene così bene? In una vita precedente devo essere stato il fratello serio di Woody Allen.

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Nei viaggi niente accade per caso

Raccontare degnamente una sera passata ad ascoltare Paolo Rumiz è come descrivere, su un risvolto di copertina, l’intensità di una vita intera: Impossibile!
Rumiz racconta i suoi viaggi, parla dei suoi libri e narra le sue esperienze con la stessa passione di un bimbo che racconta, con gli occhi luccicanti di emozione, la sua fiaba preferita. E’ un narratore che coinvolge, emoziona, seduce.

“Il filo infinito”, ovvero il libro presentato ieri sera a Sommacampagna, è un viaggio benedettino alle radici dell’Europa. Questo viaggio nasce da una coincidenza ma, come sottolinea Rumiz, “nei viaggi niente accade per caso”. L’autore, durante un viaggio sull’Appennino ferito dal sisma del 2016, si trova di fronte alla statua di San Benedetto che svetta tra i detriti del terremoto. Ma le macerie della Norcia colpita dal sisma sono, in senso metaforico, le macerie dell’ideale europeo.  

Da quel “casuale” incontro con San Benedetto inizia un viaggio che cambierà l’autore. Lui, che si definisce “laico, anticlericale, mangiapreti”, viaggia nei monasteri benedettini di tutta l’Europa e ritorna profondamente mutato. La riscoperta del santo di Norcia è in realtà una riscoperta delle radici dell’ideale europeo. I monasteri benedettini, nella narrazione di Rumiz, furono il baluardo capace di convertire i barbari e gettare le basi dell’Europa. La spiritualità, l’impegno e la “Regola” dei benedettini furono capaci di “colonizzare, cristallizzare, sedentarizzare, convertire e civilizzare” i barbari venuti da lontano. Furono il pane, il vino, la musica e la spiritualità benedettine a sedurre e convertire la barbarie in civiltà. Perché ai quei tempi, come ricorda l’autore, nei monasteri la fede era una “mobilitazione sensoriale totale”.

Rumiz parla ampiamente della “Regola” benedettina che definisce, con un’interpretazione etimologica, come una “balaustra che ti impedisce di cadere nel vuoto”. E il primo elemento della Regola è la puntualità. Ce l’ho. Questa ce l’ho pure io. Anzi io ho la “anticipalità”: dico io, perché arrivare puntuali se puoi essere lì 2 ore prima? Chi è più benedettino del sottoscritto?

la dedica dell’autore

L’ideale europeo è quello che si caratterizza per l’accoglienza che è, come ricorda Rumiz, una caratteristica del femminile, della madre. Al contrario della “Regola” che caratterizza più la figura paterna (OK, questa mi manca, qui sono un po’ meno benedettino).  D’altra parte, e questa è un’immagine semplice ma sconvolgente, il monoteismo di Cristo è quello che “toglie la spada dalla mano dell’uomo e gli impone l’ascolto, che è caratteristica tipica della madre”. E sono sempre parole dell’autore “laico, clericale, mangiapreti”.

Ma questo “ideale europeo” non nasce mai da una speranza quanto piuttosto dalla disperazione. L’ideale dell’Europa unita cresce nelle trincee della prima guerra mondiale. Si afferma dopo gli orrori del Nazismo. Benedetto da Norcia patrono d’Europa, d’altra parte, è l’esempio di quel mondo appenninico, caratterizzato da una “cultura sismica”, che è metafora dell’Europa stessa: un mondo sempre capace di rinascere dalle sue macerie.   

E se oggi l’ideale europeo è in crisi è solo per mancanza di memoria, la crisi nasce dall’aver dimenticato gli orrori dei quali siamo stati capaci noi europei. Quindi, proprio perché oggi le cose vanno male, “abbiamo bisogno di un sogno Europeo”. Potrà sembrare una bella fiaba ma d’altra parte, come ricorda lo scrittore triestino, “abbiamo un tremendo bisogno di fiabe, anche noi adulti”.

L’Europa, nelle parole di Rumiz, diventa una “terra che da millenni è capolinea di popoli che, una volta arrivati lì, non hanno altra scelta se non ammazzarsi o convivere insieme”. Da sempre l’Europa accoglie chi arriva e lo trasforma in un europeo. Ma se questo meccanismo oggi è in crisi non è perché gli immigrati di oggi sono dei nuovi “barbari” ma solo perché noi europei siamo molto più deboli, e spiritualmente fragili, rispetto a quei primi “europei” dei monasteri benedettini. I problemi di oggi, come la crisi del capitalismo ed il riscaldamento globale, riguardano tutti allo stesso modo. Ma tutti siamo deboli di fronte a questi problemi, per questo è necessario restare uniti.  

La narrazione di Rumiz si fa quasi Poesia quando paragona lo scemare dell’ideale europeo ad “una bella donna che se ne va e, mentre lei si allontana, tu senti un vuoto dentro”. E per concludere l’autore propone la lettura, in anteprima dal suo “Canto per Europa”, di alcuni passi come questo: “Benedetto sia chi non conosce la rotta e sa affrontare il mare nero”.