Nei viaggi niente accade per caso

Raccontare degnamente una sera passata ad ascoltare Paolo Rumiz è come descrivere, su un risvolto di copertina, l’intensità di una vita intera: Impossibile!
Rumiz racconta i suoi viaggi, parla dei suoi libri e narra le sue esperienze con la stessa passione di un bimbo che racconta, con gli occhi luccicanti di emozione, la sua fiaba preferita. E’ un narratore che coinvolge, emoziona, seduce.

“Il filo infinito”, ovvero il libro presentato ieri sera a Sommacampagna, è un viaggio benedettino alle radici dell’Europa. Questo viaggio nasce da una coincidenza ma, come sottolinea Rumiz, “nei viaggi niente accade per caso”. L’autore, durante un viaggio sull’Appennino ferito dal sisma del 2016, si trova di fronte alla statua di San Benedetto che svetta tra i detriti del terremoto. Ma le macerie della Norcia colpita dal sisma sono, in senso metaforico, le macerie dell’ideale europeo.  

Da quel “casuale” incontro con San Benedetto inizia un viaggio che cambierà l’autore. Lui, che si definisce “laico, anticlericale, mangiapreti”, viaggia nei monasteri benedettini di tutta l’Europa e ritorna profondamente mutato. La riscoperta del santo di Norcia è in realtà una riscoperta delle radici dell’ideale europeo. I monasteri benedettini, nella narrazione di Rumiz, furono il baluardo capace di convertire i barbari e gettare le basi dell’Europa. La spiritualità, l’impegno e la “Regola” dei benedettini furono capaci di “colonizzare, cristallizzare, sedentarizzare, convertire e civilizzare” i barbari venuti da lontano. Furono il pane, il vino, la musica e la spiritualità benedettine a sedurre e convertire la barbarie in civiltà. Perché ai quei tempi, come ricorda l’autore, nei monasteri la fede era una “mobilitazione sensoriale totale”.

Rumiz parla ampiamente della “Regola” benedettina che definisce, con un’interpretazione etimologica, come una “balaustra che ti impedisce di cadere nel vuoto”. E il primo elemento della Regola è la puntualità. Ce l’ho. Questa ce l’ho pure io. Anzi io ho la “anticipalità”: dico io, perché arrivare puntuali se puoi essere lì 2 ore prima? Chi è più benedettino del sottoscritto?

la dedica dell’autore

L’ideale europeo è quello che si caratterizza per l’accoglienza che è, come ricorda Rumiz, una caratteristica del femminile, della madre. Al contrario della “Regola” che caratterizza più la figura paterna (OK, questa mi manca, qui sono un po’ meno benedettino).  D’altra parte, e questa è un’immagine semplice ma sconvolgente, il monoteismo di Cristo è quello che “toglie la spada dalla mano dell’uomo e gli impone l’ascolto, che è caratteristica tipica della madre”. E sono sempre parole dell’autore “laico, clericale, mangiapreti”.

Ma questo “ideale europeo” non nasce mai da una speranza quanto piuttosto dalla disperazione. L’ideale dell’Europa unita cresce nelle trincee della prima guerra mondiale. Si afferma dopo gli orrori del Nazismo. Benedetto da Norcia patrono d’Europa, d’altra parte, è l’esempio di quel mondo appenninico, caratterizzato da una “cultura sismica”, che è metafora dell’Europa stessa: un mondo sempre capace di rinascere dalle sue macerie.   

E se oggi l’ideale europeo è in crisi è solo per mancanza di memoria, la crisi nasce dall’aver dimenticato gli orrori dei quali siamo stati capaci noi europei. Quindi, proprio perché oggi le cose vanno male, “abbiamo bisogno di un sogno Europeo”. Potrà sembrare una bella fiaba ma d’altra parte, come ricorda lo scrittore triestino, “abbiamo un tremendo bisogno di fiabe, anche noi adulti”.

L’Europa, nelle parole di Rumiz, diventa una “terra che da millenni è capolinea di popoli che, una volta arrivati lì, non hanno altra scelta se non ammazzarsi o convivere insieme”. Da sempre l’Europa accoglie chi arriva e lo trasforma in un europeo. Ma se questo meccanismo oggi è in crisi non è perché gli immigrati di oggi sono dei nuovi “barbari” ma solo perché noi europei siamo molto più deboli, e spiritualmente fragili, rispetto a quei primi “europei” dei monasteri benedettini. I problemi di oggi, come la crisi del capitalismo ed il riscaldamento globale, riguardano tutti allo stesso modo. Ma tutti siamo deboli di fronte a questi problemi, per questo è necessario restare uniti.  

La narrazione di Rumiz si fa quasi Poesia quando paragona lo scemare dell’ideale europeo ad “una bella donna che se ne va e, mentre lei si allontana, tu senti un vuoto dentro”. E per concludere l’autore propone la lettura, in anteprima dal suo “Canto per Europa”, di alcuni passi come questo: “Benedetto sia chi non conosce la rotta e sa affrontare il mare nero”.

Faraway, So Close!

Forse sarà perché, venendo in qua, stavo ascoltando gli U2. Tutte le volte che penso a questo posto mi viene in mente la canzone “Faraway, So Close!”: Così lontano, così vicino.
Monte Isola è proprio questo, un micro cosmo lontano da tutto eppure al centro della mondo (o perlomeno al centro della Lombardia, senza alludere ad un’ipotetica Teoria Tolemaico-Padana).

Ma perché uno decide di andare su un’isola? Forse per cercare se stesso? Beh io ho trovato… una giornata di sole. Ed è già qualcosa. A parte gli scherzi fin da ragazzo mi ha sempre affascinato questo luogo. Ma solo oggi ho ceduto alla tentazione di attraversare col traghetto quegli 800 metri di acqua.

Arrivando qui, all’uscita dell’ultimo tunnel, sono stato sopraffatto dall’estasi causata dal panorama. L’affaccio sul lago di Peschiera Maraglio dominata, poco più in alto, dal Santuario della Ceriola. E nel mezzo del lago l’isoletta di San Paolo. Non riuscivo a staccare gli occhi dal panorama, ho smesso di ascoltare il navigatore e di seguire i segnali. Risultato: strada sbagliata e chissà quante multe avrò beccato.

Dopo lo sbarco a Peschiera Maraglio mi sono lanciato subito nella salita alla Ceriola. La pendenza, nella prima parte, spezza le gambe poi diventa più dolce. I sentieri sono spesso lastricati e, in alcuni casi, si trasformano in una cementata a prova di scooter. E infatti, per una sorta di “contrappasso lacustre”, ho rischiato di essere investito da uno Yamaha Neo’s come il mio.
Su questa isola “Scooter” è la parola chiave. Non vedevo così tanti motorini tutti insieme dai tempi di Hanoi. E comunque in Vietnam c’erano più auto, qui ovviamente nemmeno una. Proprio quello che dicevo prima “Così lontano…”.

Qui gli abitanti sono comunque dei bresciani. Ma su questo dettaglio non mi soffermo perché, relativamente alle popolazioni “trans-moreniche”, il mio giudizio è viziato da una visione Tolemaico-Mantovana. Ovviamente sto scherzando, per quelle poche cose delle quali ho avuto bisogno sono stati tutti molto gentili e disponibili.

Questa uscita comunque è stata solo una mezza improvvisata e quindi, prima o poi, voglio tornare con più calma. E comunque non sarò riuscito a carpire tutti i segreti di Monte Isola ma una cosa l’ho trovata: la Spongada. Un dolce tipico della Valcamonica che, prossimamente, voglio provare a cucinare pure io… per sentirmi un po’ Camuno.

Di corsa (o quasi) su per i colli

D’accordo questo blog è dedicato all’Arte di Camminare e la corsa non ci azzecca proprio.
Ma questa esperienza podistica invernale era troppo divertente per rinunciare a raccontarla.

Domenica 27 gennaio 2019, ore 8.30: una podista (poco convinta) attraversa i vigneti sulle colline di Cavriana. C’è un po’ freddino! Ma io e Chiara siamo devoti alla Torta di San Biagio e dobbiamo stringere i denti fino all’arrivo dove ci attende una fetta di questa prelibatezza De.Co.
Il traguardo è a Villa Mirra (dove dormì Napoleone III). Ma noi ci accontentiamo di una fetta di torta, il pernottamento lo lasciamo agli “imperatori” (nella stanza omonima).

Dal punto di vista sportivo abbiamo creato una nuova disciplina. Anni fa, alla Camminata del Po, quando Chiara era piccola avevamo ideato il “Nuovo Triathlon” che era: in parte di corsa, in parte a camminare e in gran parte in braccio.

Oggi qui alla StraBiagio abbiamo concepito il “MultiThlon” ovvero:
1) un po’ di corsa
2) un po’ a camminare
3) un po’ a caminare per mano
4) trascinamento di adolescente, a “corpo morto”, in salita
5) pausa ristoro
6) pausa selfie
7) pausa e basta
8) “allacciascarpa”
9) ri-allacciascarpa dopo 20 metri dal punto 8)

Arrendersi allo stupore è la chiave di tutto


Camminare non è il mezzo per raggiungere un luogo. Quello semmai possiamo chiamarlo, più prosaicamente, spostarsi. Camminare è piuttosto attraversare mille luoghi diversi e, ad ogni passo che si compie, essere raggiunto da quei luoghi e dalle persone che incontri.
Questa è anche la lettura suggerita da un piccolo libro di Paolo Rumiz. “A Piedi” è il racconto di una traversata, da nord a sud, della penisola istriana. E’ un racconto dedicato ai più giovani e, in effetti, il registro linguistico è pensato per parlare ai ragazzi. Tuttavia questo breve racconto di viaggio può interessare “camminatori” di ogni età.

Devo ammettere che, mentre sfogliavo queste pagine, mi è venuta la tentazione di partire per l’Istria. Volevo scoprire i luoghi e conoscere i personaggi descritti in quelle paginette. Poi ho capito: questo viaggio di Paolo Rumiz non è più speciale di altri. Quello che conta non è il luogo ma il “come lo attraversi”, un viaggio non è speciale se il viaggiatore non è capace di stupirsi e meravigliarsi. Da questo punto di vista allora il “camminare”, per usare le parole dell’autore, diventa un “portare a spasso il bambino che è in me”.

Ma io non saprei trovare parole migliori di quelle di Rumiz, quindi lascio che sia lui a parlare:
Così ho dovuto fare quello che mi aveva detto anni prima il vignettista Francesco Altan al momento di partire con me per una grande traversata in bicicletta verso Istanbul.
Dovevo – ripeto le sue parole – “portare a spasso il bambino che è in me”. Significava che dovevo cercare di vedere il mondo con lo stesso occhio incantato di quando avevo dieci anni, leggevo i diari di bordo di Cristoforo Colombo o le avventure di Magellano dalle parti di Capo Horn, seguendone minuziosamente il tragitto su un vecchio atlante Zanichelli. Arrendersi allo stupore è la chiave di tutto. Il viaggio non è fatto per quelli che hanno smesso di meravigliarsi della vita.



Orogenesi cartografica

A volte le scoperte (o le riscoperte) nascono da un caso. Ho ritrovato casualmente, giù in garage, una monografia di ALP dedicata al Civetta (Luglio 1998, costo 12mila lire, con cartina 1:25.000 in allegato).

Da questo piccolo indizio ho cominciato a scavare, tra scatoloni e scaffali, ed è riemerso un piccolo tesoro cartografico accumulato nel corso di decenni e, da parecchio tempo, esiliato dalla libreria di casa per motivi di spazio.

Dalla Val Bregaglia all’Appennino Pistoiese, dal Brenta alle valli di Fiemme e Fassa, dalle Dolomiti di Sesto a quelle Bellunesi, e poi Adamello, Marmolada, Valtellina, Resegone, Lunigiana, tanta Toscana Insomma una sorta di “orogenesi cartografica” ha avuto luogo in casa mia.

Ovviamente non mancherà, nemmeno nel 2019, una tappa nella Valle del Reno, tra Porretta Terme e Sambuca Pistoiese per farmi guidare, tra i castagneti di Campeda, dal caro vecchio Sante. Ma poi ci sarà solo da vincere l’imbarazzo della scelta per scoprire nuove tappe in questo patrimonio cartografico. Non ho ancora infilato gli scarponi e sto già godendo!

Una promessa per il 2019 che sta iniziando: questo sarà l’anno dedicato alla montagna. E un solo anno forse non basterà…

Galeotto fu l’8 settembre!

Sarò forse un inguaribile romantico ma non resisto al fascino di certe storie.
Il caro Sante mi ha fatto “cuccare”, per la seconda volta, la mostra fotografica su Campeda: quindi adesso sono io a meritarmi l’appellativo di Santo 🙂

Ma la storia dei suoi genitori, narrata in uno dei cartelli, ha sempre un fascino da film hollywoodiano.
Siamo nel ’43, dopo l’armistizio è il caos totale. Scattano i rastrellamenti dei giovani che vengono arruolati, al centro nord, nell’esercito della Repubblica di Salò.
Domenico Ballerini, che ha già regalato ai Savoia 10 anni da soldato, ora ne ha le palle piene. Così scappa, come tanti altri giovani, sulle montagne. La destinazione, per lui che vive a Molino del Pallone, è il piccolo borgo di Campeda.
C’era già stato una sola volta in vita sua. Ma ora, al suo ritorno come “imboscato”, vi incontra Maria Vivarelli. E i due vivranno per sempre felici e contenti… dando alla luce il nostro Sante.
Galeotto fu l’8 settembre! Non è forse materiale per un colossal romantico in stile Hollywoodiano? #vacanzaunaetrina

I Cobra con la pipa

Nel 2014, proprio qui in Campeda, feci la scoperta di una storia a me ignota (perché, lo ammetto, ero ignorante).

E’ la vicenda della FEB (Força Expedicionária Brasileira) che partecipò, con 25mila uomini, alla liberazione dell’Italia proprio qui, sulla Linea Gotica.

Mi colpì la vicenda di questi soldati brasiliani mandati, dall’altra parte del mondo, a liberare un popolo con il quale non avevano nulla in comune.

E ciò che mi fa impazzire, ancora oggi, è l’autoironia nel nomignolo adottato da questi soldati: i “Cobra Fumanti” (il loro stemma infatti è un Cobra con la pipa).
Il nome e lo stemma derivano, per un ironico contrappasso, dalla dichiarazione, rilasciata allo scoppio del conflitto, dal Presidente del Brasile: “è più facile che un serpente fumi che il Brasile entri in guerra”.
La FEB ci insegna due cose:
1) si può affrontare anche la guerra senza perdere l’autoironia;
2) I politici sono sempre pessimi come profeti, qui come in Brasile.

Fuori dai boschi, l’arrivo a Pavana

Dico subito che la risposta è NO.

Lo so cosa volete sapere ma, qui a Pavana, NON abbiamo incontrato Guccini.

Siamo passati davanti alla sua casa ma, per ovvie ragioni di privacy, ho evitato di fotografarla.

La foto al cartello del paese invece è un “must”. Ho visto gente farsi il selfie di fronte ad esso.

Io ho preferito immortalare la diga e il bacino artificiale costruiti, dalle Ferrovie nel 1925, per elettrificare la linea Porrettana. Non so se abbia un pregio architettonico ma, nella sua peculiarità rispetto alle solite dighe, questo manufatto di inizio ‘900 mi affascina.

Le altre foto testimoniano la giornata nei boschi campedani e la nuova disciplina olimpica che voglio lanciare: il salto del tronco. #vacanzaunaetrina

Una ferrovia risorgimentale

L’immagine già postata da Molino del Pallone mostra, non a caso, la stazione. E adesso vi beccate la filippica sulla Porrettana 🙂

La ferrovia detta appunto “Porrettana” è la linea transappenninica che collega Bologna e Pistoia. Con i suoi numerosi viadotti e gallerie fu una sorta di “TAV dell’800”.

All’epoca era una linea fondamentale per il collegamento tra il Nord e l’Italia Centrale.

L’idea di questa ferrovia venne proposta, nel 1845, al Granduca di Toscana. Lo stesso Cavour, in uno scritto del 1846, sottolineava l’importanza di questa strada ferrata. La costruzione, in quella fase di mutamenti geo-politici, venne confermata dal Regno di Sardegna quindi, successivamente, portata a termine dal neonato Regno d’Italia.

Cercando queste informazioni ho scoperto, per caso, che all’epoca tra i progetti dell’impero austro-ungarico c’era una linea Reggio Emilia – Borgoforte. Il progetto, che per gli austriaci aveva un’enorme valenza strategico-militare, venne poi abbandonato dal Regno d’Italia.

Le valli attraversate dalla Porrettana sono un fantasma di quelle dell’800. Le ha svuotate l’emigrazione nel ‘900. E la ferrovia oggi resta appesa ad un filo, sotto la spada di Damocle della chiusura.

Ma esiste anche una proposta per farne un patrimonio Unesco. #vacanzaunaetrina

Nei boschi di Campeda

Un esercito di alberi si muove minaccioso. Non siamo nel Macbeth bensì nei boschi di Campeda.

Non ho mai visto una montagna così friabile e degli alberi così “inclini” a cercare l’abbraccio del suolo. Questo è l’appennino di Campeda, piccola frazione del comune di Sambuca Pistoiese.

Sempre guidati dal mitico Sante Ballerini abbiamo scoperto questo piccolo agglomerato di case dalla storia pluri-secolare.

Campeda, ultimo baluardo del Granducato di Toscana, si affaccia sulla valle del Reno. E di fronte a noi, sul versante opposto della vallata, possiamo ammirare Granaglione e Lustrola (in provincia di Bologna).

Io ero già stato qui nel 2014 ma ogni volta è una scoperta. Questo minuscolo agglomerato di case, con la chiesetta del ‘600, è tenuto vivo da un manipolo di volontari costituito dai proprietari delle case del borgo.

La montagna, abbandonata alla sua sorte, piano piano si sta riprendendo la terra occupata, per molti secoli, dagli umani. Ed è un peccato perché l’erosione della montagna cancella un territorio ricco di Storia e, in questo modo, consegna all’oblio la sua Memoria.

Questa è da sempre terra di confine e, come tale, ricca di storie.

È stata il teatro di una guerra che, per un anno durissimo (1944-45), ha diviso l’Italia sulla Linea Gotica. Una terra che ha pagato col sangue la sua resistenza antifascista.

Domani la mia #vacanzaunaetrina prosegue nei boschi in direzione Pavana.