La magia di Sintra

Gli spagnoli dicono che “Guardare il mondo dimenticandosi Sintra è come viaggiare da ciechi”.
Ed è proprio così. Vedere questa città è come trovarsi di fronte a una bellissima donna: puoi avere un ricco vocabolario ma ti sentirai sempre povero di aggettivi.

Quello di Sintra è un microcosmo, un mondo a parte. Qui trovi un microclima che è totalmente diverso da Lisbona (che comunque è a pochi KM da qui). Ed è per questo microclima che le famiglie della nobiltà venivano qui a soggirnare. Per il clima e per l’acqua. Perchè queste montagne sono ricchissime di acque minerali. E come spiega la nostra guida: “gli arabi scoprirono Sintra per le sue acque. Perchè gli arabi sono puliti e si lavano, come gli ebrei. I Cristinani invece NO, loro vennero qui solo per il clima”. Parole della nostra guida che, non a caso, è ebreo.

Purtroppo non abbiamo visto , se non da lontano, il Palazzo da Pena. Quel gioiellino colorato che ti fa sentire come a Legoland. Abbiamo però visto la Regaleira e il Palazzo di Monserrate col suo immenso giardino.

Sicuramente una giornata faticosa. Ma possiamo affermare con certezza che, come diceva il proverbio spagnolo, noi NON viaggiamo da ciechi. E questa meraviglia del Mondo non ce la siamo lasciata sfuggire.

Alla fine del mondo (del vecchio mondo)

Cabo da Roca: ultima frontiera (perdonate ma non riuscivo a soffocare la citazione da Star Trek)
Qui è dove finisce il Vecchio Mondo, il confine estremo dell’Europa. Ti affacci su questa scogliera e davanti a te c’è solo l’immensità dell’oceano. Pensate che effetto deve fare l’Atlantico a uno come me per il quale, fin da bambino, il mare è stato sinonimo di Adriatico.

La stele riporta le parole del Poeta Luís Vaz de Camões: “Aqui… Onde a terra se acaba e o mar começa….” (Qui… dove la terra finisce e il mare comincia.)

Però io ci devo mettere un po’ di farina del mio sacco. Ok, lo ammetto: la farina e il sacco sono quelli di Jimmy Page e Robert Plant (Led Zeppelin).

Ci sono un paio di versi di Stairway to Heaven che sono azzeccatissimi per questo posto, forse Page e Plant passavano di qui quando scrissero:
“There’s a feeling I get
When I look to the west
And my spirit is crying for leaving”

Sono versi che suscitano nostalgia. E io già me lo immagino che questa sera, tornando a casa, proveremo tanta nostalgia per questo meraviglioso Portogallo.  

Due esploratori portoghesi

Non trovo le parole per descrivere il Mosteiro dos Jerónimos. Quindi non mi ci metto. Ci sono molte chiese che hanno peculiarità artistico/architettoniche che le rendono bellissime. Ma questa ha qualcosa in più, questa Chiesa è “divina” (e mentre lo scrivo intuisco che, per questa frase, finirò all’inferno senza passare dal Via😂)

Non trovando le parole mi soffermerò sui dettagli. E non sono dettagli irrilevanti. Qui giace il corpo di Fernando Pessoa. Mi sono fermato a lungo davanti alla sua tomba. L’ho fotografata da ogni angolazione, visto che è circondata da citazioni di 3 suoi eteronimi.

Poi, passando in chiesa, mi sono fermato davanti al cenotafio di Vasco da Gama. Altro eroe nazionale come Pessoa.
Ed è lì che ho intuito il legame tra i due personaggi: uno è il grande esploratore del Mondo, l’altro (Pessoa) è il grande esploratore dell’anima.

Si vede che è il destino dei portoghesi quello di diventare scopritori delle vie del mare come delle vie dell’Essere. 

Lisbon Love Story

Mi sono innamorato di lei tanto tempo fa. Ma solo oggi, 25 anni dopo, sono riuscito ad incontrarla. Adesso devo fare Outing.
Mi sono innamorato di Lisbona nel 1995 o giù di lì. Forse sarà vagamente triviale ma è successo vedendo Lisbon Story. OK, lo so anch’io che non è uno dei capolavori di Wim Wenders. Anzi, secondo me, quel film fa abbastanza cagare. Ma quella pellicola mi ha fatto conoscere, per la prima volta, i versi di Pessoa. Da quel giorno ho iniziato a raccogliere libri del poeta portoghese. E grazie al film di Wenders ho anche scoperto la voce sublime di Teresa Salgueiro (quando cantava con i Madredeus).
Altra confessione: sono circa 20 anni che ho nella mia libreria “Il libro dell’inquietudine” (scritto con l’eteronimo di Bernardo Soares). Solo quest’anno però sono riuscito a leggerlo tutto. E di questa cosa mi vergognavo un pochino. Poi però ho pensato: cavolo il libro è uscito solo negli anni ’80 (mezzo secolo dopo la morte di Pessoa). Dico, se lui ci ha messo 50 anni per pubblicarlo io potrò metterci 20 anni per leggerlo.

Viaggiare! Perdere paesi!

Finalmente ci siamo, niente può andare storto adesso (e mentre lo dico mi tocco giù per scaramanzia)
Anche quest’anno siamo riusciti ad organizzare la “Bi-vacanza: un viaggio, due città” (che quest’anno saranno Lisbona e Sintra).

Prima di partire ultime comunicazioni di servizio. Dico: “Chiara, ricorda di evitare due cose. La prima: so che hai l’allergia ma ti prego, evita di starnutire in aereo. Siamo 2 lombardi e qui ci sbattono giù al primo “ecciù!”. Seconda cosa da ricordare: lo so che sei brava in lingue ma evita assolutamente di parlare spagnolo. Che quelli sono portoghesi, non sono mica spagnoli di Serie B… e s’incazzano pure!”.

E allora via! partiamo accompagnati dai versi di Pessoa:
Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non avere radici, per l’anima,
da vivere soltanto di vedere!

Neanche a me appartenere!
Andare avanti, andare dietro
l’assenza di avere un fine,
e l’ansia di conseguirlo!

Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio e non ho di mio
più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.

Una vacanza eteronima

Eccoci qua! questa volta sembrava impossibile partire ma invece…
Ancora poche ore e poi saremo a Lisbona. Ho iniziato ad organizzare questo viaggio circa un anno fa: quante idee, quanti progetti, quanti programmi… poi tutto è andato a rotoli. Ma forse è giusto così, “la vita è un viaggio sperimentale, compiuto involontariamente” diceva Pessoa. Forse non siamo noi a viaggiare nella vita ma è lei a viaggiare in noi. Cacchio! ho esagerato con la lettura di Pessoa e adesso mi escono simili affermazioni.

Una cosa è certa: il nostro viaggio sarà in compagnia di Fernando (a mio parere il più grande Poeta del XX secolo). Come tributo al grande Poeta dell’Inquietudine volevamo inventarci delle “personalità eteronime”. Ma non ho trovato il tempo per lavorarci. Però ho provato a spiegare a mia figlia il concetto di eteronimia nell’opera di Pessoa.
Un giorno dico: Chiara ascolta, adesso ti spiego l’eteronimia di Pessoa. Devi immaginare un Poeta capace di “indossare” diverse personalità. Con ognuna di queste scrive in modo diverso, con sfumature diverse. Addirittura, se non ricordo male, utilizzando una diversa calligrafia. Una sola moltitudine, così è intitolata una raccolta che definisce bene il concetto di questo geniale scrittore.
Poi ci penso meglio e dico: Chiara, nel corso della vita ti capiterà di incontrare parecchie persone che mostrano due, tre o anche più personalità. Ecco, quelli meglio evitarli. Fernando Pessoa aveva la “licenza poetica” per farlo, tutti gli altri sono solo dei pericolosi psicopatici dei quali è pieno il mondo.

E questo era tratto dalla rubrica “L’eteronimia di Pessoa spiegata agli adolescenti”.


Sulla strada delle 52 gallerie

Una Domenica sul Pasubio percorrendo la Strada delle 52 Gallerie. Ma io voglio ribattezzarla “la strada della Pace”. Si, perché quando arrivi lassù, dopo 800 metri di dislivello ed hai sudato anche l’anima… è proprio lì che la tua milza invoca l’armistizio. Quando arrivi lassù ti passa qualsiasi voglia di fare una guerra.

Io adoro Marco Paolini e i suoi spettacoli. Ha la capacità di farti sorridere mettendo un pizzico di ironia anche nelle vicende più tragiche: Ustica, il Vajont, lo sterminio dei portatori di handicap col piano AktionT4… Per poi condurti ad una seria riflessione su quei fatti. E io voglio provare, molto umilmente, a fare lo stesso. 

Prima guerra mondiale: gli italiani decidono di realizzare una mulattiera per portare rifornimenti alle truppe sulla sommità del Pasubio. Per realizzarla scaveranno 52 gallerie in quello che diventa un capolavoro di ingegneria militare. A chi affidi l’incarico di progettare e scavare queste gallerie? Ma ovviamente al tenente Zappa. Lo giuro non me lo sono inventato, l’ironia ce l’ha messa lo Stato Maggiore. E poi quando, nel mese di Aprile, devi sostituire il tenente chi ci metti a dirigere i lavori? Ma il capitano Picone: Nomen omen. Lo giuro, è vera anche questa: sembra una storia di Topolinia. Io adoro lo Stato Maggiore italiano: erano geniali nell’affrontare la guerra con “ironia”. Come dice Paolini nello spettacolo sul Vajont: “in questa vicenda sembra che i nomi li abbia messi un greco antico”. 

Ma il contesto ci impone di tornare seri. Ecco, ci sono delle circostanze nelle quali, per capire la Storia, occorrono concetti di altra origine. E per capire l’assurda e incomprensibile vicenda della prima guerra mondiale bisogna ricorrere a concetti di idraulica. Si perché la 1° Guerra Mondiale, a ben vedere, è un sifone che si è inghiottito tutto il ‘900. La Rivoluzione Russa, i fascismi, la 2° Guerra Mondiale, la Shoah, la Guerra Fredda e la divisione in blocchi, la Palestina e il Medio oriente, le guerre nei Balcani degli anni ’90… tutto il ‘900 è drammaticamente inghiottito (e originato) da quei 4 anni di inutile carneficina.

“Capire l’Europa del 1914 era indispensabile per capire quella del 2014”. Così diceva Paolo Rumiz in un documentario sulla Grande Guerra. Ed aveva proprio ragione: ogni cosa del mondo di oggi è uscita da quelle trincee.

Nei giorni scorsi ho rivisto il documentario di Rumiz. E balza all’occhio come quella guerra fosse un insieme di tante cose diverse. E anche qui sul Pasubio fu una cosa drammaticamente unica nella sua specie. “Una guerra immobile per topi”, così il giornalista definisce il conflitto tra queste montagne.

Io non riuscirei a spiegarla altrettanto bene. Lascio il compito alla conclusione del giornalista:
“Quando la guerra finì i corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani: 26 mesi c’erano voluti per sgombrarla dai corpi.
Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ’50 si lasciarono sul posto dei cestini poiché i gitanti ve le deponessero”.

Erano le ossa di un’intera generazione di giovani mandati al massacro. Era il cadavere del ‘900 inghiottito da quell’incubo di guerra.

Una favola elfica

L’esperienza che ho vissuto ieri ha i contorni sfumati di una “favola”. E infatti tornato a casa non riuscivo a crederci. Poi mi sono detto: forse le favole, a volte, sono proprio dietro l’angolo. E bisogna solo avere il coraggio di cercarle.

La nostra escursione è iniziata a San Pellegrino al Cassero (PT). Non mi dilungherò oltre ma devo solo precisare che il personaggio dal quale prende nome il borgo era il figlio del Re di Scozia in cammino sulla Francigena. Ho detto tutto.

Destinazione della nostra escursione: il mondo degli Elfi. Anche in questo caso sarò sintetico: quello degli Elfi è un movimento, di stampo “post sessantottino”, composto da varie comunità, sparse qui sull’Appennino pistoiese. In questi gruppi si vive in autosufficienza, a stretto contatto con la Natura. Le Comunità sono nate dall’occupazione di terre e ruderi abbandonati (ma non sempre privi di un proprietario). Che bello! Ma non è tutto oro quello che luccica. E gli Elfi non sono tutti uguali. Ci sono anche casi di “anarco-paraculati” (una sindrome abbastanza diffusa nella Sinistra, soprattutto qui in Italia). Quelli che vogliono fare gli “anarchici” con gli euro degli altri.

Noi però siamo stati ospiti di Antonio. Una persona seria, squisita e molto gentile che proviene da Santiago de Compostela. 37 anni fa occupò alcuni ruderi e terreni demaniali. Nel corso del tempo sono stati restaurati e adibiti ad abitazione per lui e la famiglia. Un caso virtuoso di recupero del bosco e di antichi edifici che altrimenti sarebbero andati in rovina. Poi, negli ultimi 20 anni, questi beni demaniali sono stati concessi in convenzione dalla Regione Toscana. Cosa non sempre scontata visto che, qui in Italia, troppo spesso le leggi puniscono coloro che si impegnano per l’ambiente e per il proprio territorio.

Antonio ci ha accolti con un “pranzo a sorpresa”, però di matrice vegetariana (come si dice, nessuno è perfetto). Andrea Piazza però, fortunatamente, si era già concesso un “pre-lunch” con panino alla finocchiona (Dico, cavolo vengo in Toscana apposta per la finocchiona! Mi fate mangiare insalata?). E poi, con tutto il rispetto per i vegetariani: ma io sono un Mantovano. Voglio dire, se il buon Dio ha creato il maiale allora dobbiamo celebrarlo in tutte le forme possibili (e commestibili). E’ un gesto quasi “liturgico” per noi virgiliani.

Subito dopo pranzo mi sono trovato in una situazione “surreale”. In casa di Antonio, lui spagnolo e la compagna finlandese. Una ragazza sudafricana ci intrattiene suonando il pianoforte. Intanto una ragazza irlandese prepara il caffè. Il tutto mentre le galline, appollaiate sulla finestra, si godono il concerto.
Ma vuoi vedere che il Mondo intero gira intorno all’Appennino!

Unicità bolognesi

Si può avere il Jet Lag appenninico? Certo che si può avere: e io sono la dimostrazione. Domenica mi sono alzato alle 4.00 per vedere l’alba alla Sambuca. Da quel giorno ogni mattina mi si spalancano gli occhi alle 3.49. Forse più che un “Jet Lag” mi sono beccato la “Maledizione dei Vergiolesi”: pare colpisca tutti i turisti che, la domenica mattina, vanno a rompere le palle ai residenti della Sambuca (che detta così mi sento come un Testimone di Geova… dunque mi sta bene questa “punizione divina” 🙂

Tornando a casa mi sono voluto proprio fermare a La Scola. Gli edifici del piccolo borgo risalgono al XIV secolo. Ma nel nome Scola è rimasta una traccia di origini molto più antiche. La parola longobarda “Sculca” rappresentava il “posto di guardia”. E in effetti proprio di qui passava il confine tra l’Esarcato e i territori longobardi.

Girando per le viuzze questo borgo ti appare come un gioiello più unico che raro. Poi pensi a quanti borghi, unici come questo, ci sono in Italia. Si ma qui è diverso, questo appennino bolognese è un “accumulatore di unicità”. Non ci credete? Posso dimostrarlo:

Dove potete trovare l’unica chiesa di Alvar Aalto in Italia? A Riola di Vergato ovviamente. Vabbè, non l’ho fotografata ma giuro che c’è.
Dove potete trovare una costruzione eclettica e follemente geniale come la Rocchetta Mattei se non lungo la porrettana?
Sfido chiunque a trovare una roba simile sul pianeta (e non portatemi esempi di Las Vegas che gli americani sono una categoria a sé stante che esula dal genere umano).

Sambuca dal tramonto all’alba

Non so che viso avesse (*) Selvaggia dei Vergiolesi ma, tutte le volte che vengo qui al Castello di Sambuca, penso a lei affacciata a una di quelle finestre. Sabato notte, per fortuna, non si è presentata al davanzale. I motivi sono questi: 1) io non sono Cino da Pistoia 2) lei è un tantino morta da circa 700 anni.

Una finestra. Questo luogo, visto di notte, si presenta come una finestra sul Tempo e sull’Universo. Sopra un cielo stellato che parla dell’Infinito e a terra i ruderi diroccati che raccontano dei secoli andati.

E tu sei lì che pensi a tutte queste menate…. mentre, davanti al cancello del cimitero (lì a pochi metri), passa una silhouette nera. A quel punto ti chiedi: ma perché diavolo ho letto tutti quei romanzi di Stephen King?
E’ evidente che si tratta di un quadrupede: un piccolo cinghiale oppure un gatto nero taglia XXL. Io comunque decido di andarmene. Anche perché devo tornare domenica mattina, alle 5.00, per vedere l’alba che bacia il borgo di Sambuca.


(*) qualcuno avrà colto la citazione e, come avrà intuito, sto leggendo la quasi autobiografia di Francesco Guccini: dunque, da queste parti, un richiamo era più che doveroso.